mercoledì 8 maggio 2013

Il futuro a destra? Una accademia della buona politica altro che Fli o una nuova An


L’assemblea di Fli sancisce lo scioglimento del partito finiano. E il resto degli ex An spera nella ricomposizione (e di sbloccare così il “tesoro” della fondazione An). Ma siamo sicuri che serva questo? Perché non creare – con i tanti fondi a disposizione – una vera accademia di (buona) politica e di cultura?
L’ultima stagione di Gianfranco Fini è stata all’insegna di un basso profilo che in qualche modo ne facilita un’uscita di scena silenziosa: senza il cattivo gusto, cioè, di provocare ulteriori traumi per sé e per una comunità disorientata e in stato di shock. Ha capito, l’ex leader di An e adesso ex Fli, che la sua fronda non esiste né a livello culturale (un embrione che si è ritenuto un essere umano già fatto) né tantomeno a livello elettorale. La scelta di candidarsi con un soggetto neocentrista come quello legato a Mario Monti è stata punita dall’indifferenza generale, mentre tutte le sue “battaglie” dell’ultima stagione sono rientrate nei rispettivi ranghi di appartenenza. E questo proprio per mancanza di elaborazione propria, per incapacità di dotare la “destra nuova” – che qualche ragione aveva e anche qualche soluzione poneva – di strumenti reali, politici ed economici: gli unici che permettono la creazione di un’identità politica riconoscibile, spendibile e non velleitaria.
Con la riunione di Fli si terrà, come lui stesso ha dichiarato, l’ultimo atto della sua stagione politica: si farà da parte proprio per favorire una transizione morbida dei suoi verso non si sa quale “cosa” con gli ex An in diaspora. Ed è un addio, quello di Fini, avaro di rimpianti, mentre di rimorsi ce ne sono tanti. Certo, da un lato lui stesso è stanco della ritualità del partito così come è stanco dei suoi stessi compagni di viaggio, ritenuti – ma è storia vecchia, ripetuta con tutti i colonnelli dal Msi a Fli – un ostacolo per una rivoluzione sempre promessa ma mai attuata con il coraggio richiesto a un navigatore. Dall’altro lato, però, Fini ha compiuto il miracolo di collezionare responsabilità politiche gravi rispetto a tutte le avventure che ha intrapreso. Da Fiuggi ‘95 a Mirabello 2009, il segretario è riuscito nell’impresa di disattendere le aspirazioni di tutti gli strati della destra italiana, “coadiuvato” ovviamente da una classe dirigente non all’altezza del ruolo. L’ex presidente della Camera dunque – prendendo in prestito un motivetto caro ai tanti detrattori – è “finito”.
E gli altri? Se si ha la capacità di non fermarsi all’eccitazione per la scomparsa dell’“eresia” finiana (con i vari festeggiamenti sui social network) si scopre subito che quasi nessuno può gioire. E anche qui, le urne aiutano a stabilire il tasso di responsabilità. La destra nel Pdl – nonostante i suoi rappresentanti si sbraccino come il secchione dei Simpson nel tentativo vano di farsi chiamare in cattedra – è una riserva indiana senza alcun ruolo nel nuovo governo. Fratelli d’Italia, da parte sua, sta tentando una difficile (ma incoraggiante) operazione di formazione di una nuova classe dirigente dovendo fare però, allo stesso tempo, opposizione e ricomposizione. Francesco Storace – a maggior ragione dopo la scomparsa di Teodoro Buontempo – ha chiamato tutti a raccolta buttando lì il nome di Gianni Alemanno (un ricordo sbiadito dell’intuizione significativa della destra sociale) come figura su cui riaggregare.
Ricomporre, insomma, è il verbo sulla bocca di tutti. Per dire che cosa però? Per fare cosa? Alla base, infatti, non sembra esservi un’unità programmatica se non un richiamo un po’ dozzinale ai “valori”. Né è credibile riproporre “passi indietro” nel tentativo di prendere la rincorsa: si verrebbe meno alla massima di Giorgio Almirante nella sua parte che recita «non restaurare». Ma tant’è, sull’argomento sono iniziati gli incontri, i meeting. Il punto è che queste riunioni sono animate – tranne qualche caso – dagli stessi corresponsabili dello sfacelo. E ammesso e non concesso che sia giusto concedere loro un’ulteriore possibilità, non può non risaltare agli occhi l’età anagrafica degli animatori: una media che si avvicina decisamente ai sessanta più che ai trenta-quaranta. Mancano, in questo dibattito, i giovani, i nuovi interpreti. Manca la società.
Una generazione, questo il punto, viene ancora una volta esclusa dal dibattito sul “futuro”: un vero e proprio paradosso. Si dice allora, molto più prosaicamente, che la necessità di riaggregare gli “ex” passi soprattutto dall’eventualità di risolvere l’annosa questione della “ricca” fondazione Alleanza nazionale che ne gestisce il patrimonio immobiliare. Ci sarebbe, dunque, anche una motivazione economica, di convenienza: perché, è chiaro, per fare politica è necessario dotarsi anche di un appoggio economico.
Ma in questo preciso momento storico non è possibile né sufficiente un “calcolo” del genere per ripartire. Nel momento in cui dietro quel “tesoro” custodito dalla fondazione ci sono anni e anni di marginalizzazione politica, di buona volontà, di buona fede di tanti onesti italiani che si sono tassati per sostenere un movimento che non era solo un partito. E a maggior ragione sarebbe inaccettabile ora una “spartizione” del bottino – un tot a te, un tot a me – come se si trattasse di una separazione consensuale. No, quel tesoro non appartiene alle correnti, ma a tutto un popolo.
E allora più che un nuovo partito – perché, come abbiamo visto, non ci sono adesso le condizioni – perché con questi fondi non mettere su una scuola, un’accademia di politica e cultura? Sì, un laboratorio aperto, plurale, inclusivo. Un vero e proprio hub – o una serie in tutta Italia – con tanto di testi a disposizione, con dei laboratori per fare cinema, radio, televisione? Un luogo aperto, innovativo, autogestito. Sarebbe una risposta di vita, una “Cosa” che farebbe parlare, che creerebbe di nuovo attenzione verso un mondo che rischia di tornare nel cono d’ombra ma stavolta per esclusiva responsabilità personale. Sarebbe questo un investimento reale per porre lì le basi vere di un soggetto politico che “ritorna al reale”. Sarebbe, finalmente, un’azione fondativa, una cosa di destra. O come diavolo la si voglia chiamare. Una cosa, finalmente, per cui farsi ricordare. Non maledire.
di Antonio Rapisarda (barbadillo.it)