venerdì 13 dicembre 2013

Alain de Benoist: 70 anni di pensiero ribelle

«Sono nato lo stesso giorno dell’anno di Solzenicyn, il che fa di me un sagittario (ascendente cancro). Sono nato a Saint-Symphorien, piccolo agglomerato nella periferia di Tour, in una clinica nella quale apprenderò in seguito essere morto Charles Maurras dieci anni dopo». Intrecci, incastri, genealogie: questa è la presentazione di sé fatta da qualcuno che non ha mai cessato di chiedersi da dove viene. Una ricerca inesausta che oggi celebrerà i suoi primi 70 anni, senza accennare a placarsi. La destra è morta, la sinistra e morta e anche Alain de Benoist comincia a invecchiare, invero molto bene, e con lui più di una generazione di lettori, di militanti e di lettori militanti.
 Di questi 70 anni, almeno una cinquantina de Benoist li ha passati a scrivere. E alla fine, paganeggiando qui e niccianeggiando là, sono passati una sessantina di libri, una mole sterminata di articoli, traduzioni in inglese, spagnolo, tedesco, portoghese, romeno, ungherese, russo, greco, croato, olandese, iraniano. E, soprattutto, italiano. Non senza una punta di veleno, Jean Thiriart parlerà di «incontinenza del calamaio». Il belga – «l’onesto occhialaio di Bruxelles», sibilava a sua volta un indispettito Adriano Romualdi – era un leninista di destra. Ovvio che guardasse in cagnesco i colleghi gramsciani. Sempre di destra, si intende, in entrambi i casi trattandosi comunque di etichetta più subita che voluta, quando non apertamente schifata.
 Gramscismo, sì. Un po’ per far casino e un po’ credendoci davvero, a un certo punto, verso la fine degli anni ’60, un gruppo di nazionalisti francesi troppo giovani per aver perso la guerra d’Algeria decise di rifarsi al comunista sardo per vincere la battaglia culturale. Conquistare la società politica dopo aver colonizzato la società civile, quando ancora quest’ultima era un concetto hegeliano e non scalfariano. Fratello maggiore dell’operazione era Dominique Venner, che la guerra d’Algeria l’aveva persa per davvero e poi, in carcere da militante dell’Oas, aveva scritto un libello folgorante per spiegare ai suoi camerati più giovani di mettersi a studiare.
 Da lì inizierà un percorso accidentato da guastatore dell’industria culturale europea, prima in lavoro di squadra e poi da battitore libero, con graduale abbandono delle ambizioni gramsciane. Poiché autentico, tuttavia, l’itinerario debenoistiano è fatto di stratificazioni. Non c’è alcuna Fiuggi ideologica, nessun predellino filosofico. C’è lavoro, tanto. L’esito non è necessariamente felice, ma in compenso non ha mai l’impronta del falsario. De Benoist ha scritto di tutto ma non è mai stato un tuttologo. Ha voluto essere il Diderot della destra, creando un’Enciclopedia in cui potessero trovare posto Nietzsche, Spengler, Lorenz, Eysenk, Dumezil, Carrel, Sorel. Un lavoro immane di cui il ponderoso Visto da destra resta a testimonianza. Poi il senso dell’Enciclopedia è venuto meno, mettere la cultura in un circolo (en-kyklos) sia pur virtuoso non ha funzionato più. Meglio aprire i circoli e i recinti. Pierre-André Taguieff ha parlato non a torto di dedroitisation. Francesco Germinario è stato più impreciso ma più lirico inventando semplicemente una “destra degli dei”.
 Oggi de Benoist è un signore che ha in casa centinaia di migliaia di libri, che non ha il cellulare e non indossa jeans. L’età lo ha reso meno arrembante e in qualche caso meno brillante ma gli ha donato quella che i francesi chiamano “la tenuta”. La chiarezza del pensiero, degli intenti, dell’etica. Una timidezza di fondo rivendicata con orgoglio, l’adesione a un solo vero partito, quello che Pierre Pascal chiamava “il Partito della stella polare”.
 Nella sua autobiografia intellettuale, Mémoire vive, ha raccontato di essere stato prelevato da una trentina di antifascisti, nel 1993, in Germania, e pestato di santa ragione poco prima di parlare a una conferenza all’università. Portato in caserma dalla polizia, de Benoist rimarrà fino alle cinque del mattino a negare di riconoscere i suoi aggressori, anche di fronte a immagini di individui in effetti somiglianti a quelli poco prima incontrati. «Ne ho in effetti riconosciuti diversi, ma non ho detto nulla, ovviamente. Io non collaboro con la polizia».
 di Adriano Scianca (articolo uscito sul Foglio di martedì 10 dicembre 2013)

martedì 10 dicembre 2013

In piazza scende l’Italia profonda: “Oggi siamo tutti Forconi”


I Forconi hanno invaso le piazze d’Italia. Torino, Genova, Treviso, Palermo, Catania, Napoli, Ferrara, Benevento, Roma, Milano, Bari, Arezzo ma anche piccoli centri e snodi autostradali: da Sud (dov’è nata nel 2012) al Nord la protesta generalizzata contro il governo, le tasse e il carovita è letteralmente esplosa. Tricolori, cartelli in mano e megafono: così l’Italia profonda è scesa in piazza in un inedito schema che è “uscito dagli schemi” a cui siamo stati abituati negli ultimi anni.
Pochi i (temuti e vietati) blocchi stradali, molti rallentamenti nelle città e, da parte dei manifestanti, idee chiare su quali siano le istituzioni su cui riversare la protesta: le sedi di Equitalia su tutte. Nonostante l’allarmismo, però, le manifestazioni si sono svolte in maniera pacifica. Solo a Torino si sono registrati scontri tra polizia e manifestanti davanti il palazzo della Regione mentre a Genova sono stati occupati i binari della stazione. In generale, però, la situazione è rimasta sotto controllo proprio come gli organizzatori avevano promesso. Una protesta – questa del nove dicembre – annunciata più sui siti indipendenti e i sui social che sui grandi media che hanno minimizzato in questi giorni la portata di un evento che si è alimentato con il passaparola. Il risultato è stato sorprendente in termini di partecipazione e interessante in ragione dell’eterogeneità delle categorie e delle peculiarità sociali scese in piazza.
“Forconi” oggi sono stati praticamente tutti: dai piccoli imprenditori ai disoccupati, dai commercianti agli studenti, dagli allevatori agli autotrasportatori. Il collante che ha tenuto insieme questa protesta interclassista è – come si legge in tanti striscioni – la richiesta di una minore oppressione fiscale, di una difesa del made in Italy a tutti i livelli, ma soprattutto la volontà di recuperare la sovranità politica ed economica dell’Italia. La scelta del tricolore come unico simbolo ammesso nei cortei sta a dimostrare proprio la rabbia popolare contro il «far west della globalizzazione» e «contro l’Europa costruita a Bruxelles».
Insomma, al grido di «riprendiamoci l’Italia» e «non suicidarti, ribellati» quello che è andato in scena oggi si può chiamare un movimento impersonale e sinceramente nazionalpopolare. Un movimento non sindacalizzato, non politicizzato e senza “sponsor” cercati nelle proteste liberal. Forse per questo rispetto ai comitati spontanei da parte di una certa stampa e dei politici affezionati alle larghe intese è stato alimentato in questi giorni l’allarme legato a infiltrazioni politiche: perché disabituati ad accettare che possa emergere un malcontento trasversale e slegato alle normali camere di compensazione sociale come i sindacati.
Da questo punto di vista esemplificativo lo sfogo di Mariano Ferro, leader dei Forconi siciliani: «Siamo in uno stato di polizia, non è possibile scioperare come possono fare invece i sindacati». Ferro ha detto ciò replicando al ministro Maurizio Lupi: «Dice che la nostra protesta non è legittima, ma lui, dopo la sentenza della Consulta sul porcellum, si è chiesto se è legittimato?». Proprio il governo, allora, sembra essere il prossimo obiettivo del movimento: l’appuntamento della protesta ad oltranza è fissato per mercoledì quando si voterà la fiducia a Letta: «Se sarà votata la fiducia al governo – promette Danilo Calvani, altro rappresentante dei Forconi – ed i politici non andranno via, tutti convergeranno su Roma per un’invasione pacifica».
di Antonio Rapisarda (barbadillo.it)

sabato 7 dicembre 2013

Basta, è ora dell'alternativa al sistema


La sentenza della Corte costituzionale non è discutibile. È solo tardiva, perché ci hanno fatto votare così già tre volte

No, la sentenza della Corte costituzionale non è discutibile, come dice Renzi. È solo tardiva, perché ci hanno fatto votare così già tre volte. Mi annoia dirlo, ma da anni scrivevo che i Custodi della Costituzione, il Presidente della Repubblica e la Corte, non avrebbero dovuto avallare quella legge elettorale che toglie ai cittadini il diritto sancito dalla Costituzione di scegliersi i propri rappresentanti, per non dire del resto. La Corte ha atteso troppo e nel momento di peggior marasma delegittima governo, Parlamento e capo dello Stato. 

Mettetevi nei panni del cittadino: trova abusive le principali istituzioni della Repubblica, vede un conflitto senza precedenti tra potere giudiziario e gli altri due poteri, assiste da mesi inerme allo spettacolo di un Parlamento incapace di trovare la sintesi per una riforma elettorale. E intanto inaspriscono tasse e controlli, riceve continue minacce dall'agenzia delle entrate, Equitalia, più i guai della crisi. Se non passa alla lotta armata o alla fuga è solo per non inguaiarsi di più. 

A questo punto il clima è maturo per rilanciare uno slogan che risale alla mia adolescenza: alternativa al sistema. Sì, è necessaria. Perché altrimenti la conclusione inevitabile è la dittatura. Il colpo di Stato dei militari non s'usa più, la democrazia si replica per mancanza di dittatore (Longanesi), ma all'orizzonte c'è la troika e la fine della sovranità. Meglio l'alternativa al sistema: Repubblica presidenziale, svolta decisionista, rivoluzione e poi riforme radicali...

di Marcello Veneziani

lunedì 2 dicembre 2013

No Muos. Centinaia in piazza con il fronte sovranista: “Siamo la Rete dei siciliani”


Sabato 30 novembre il popolo siciliano libero ha manifestato a Palermo contro l'ennesimo sopruso messo in atto dalla politica estera americana,denominato Muos,coadiuvata dal governo nazionale e regionale.Un corteo libero e apartitico che ha visto sfilare tra le vie del centro tanti giovani e non ,accomunati da un'unica "bandiera": il bene della nostra Sicilia.Un corteo unitario e sentito che ha richiamato diverse realtà da tutto il territorio.Da questa giornata fredda e piovosa esce vittoriosa la Sicilia migliore,a discapito dei soliti noti antagonisti dei centri sociali che hanno tentato di strumentalizzare una battaglia che vede impegnato tutto il popolo siciliano.Nonostante i momenti di tensione,tra antagonisti rossi che volevano "a modo loro"impedire lo svolgimento della manifestazione ,e la polizia,il corteo si è svolto senza alcun problema.

(di Barbadillo.it)
In centinaia hanno sfidato il maltempo e l’allarme della protezione civile per dire il proprio “no” al Muos previsto a Niscemi. A Palermo è andata in scena ieri la “Rete No Muos”, il coordinamento sovranista che è nato per unire tutti i cittadini che si oppongono all’installazione militare statunitense non solo in ragione della tutela della salute ma anche in difesa della sovranità nazionale. Soddisfatto dello svolgimento del corteo indetto nel capoluogo siciliano il portavoce Stefano Di Domenico: «In centinaia abbiamo manifestato a Palermo sotto la pioggia. Un corteo pacifico e senza bandiere di partito come promesso. La nostra lotta continua, dunque».
“Liberi e sovrani”, si leggeva così nel grande striscione che ha aperto la manifestazione che ha visto la partecipazione non solo di siciliani ma anche di manifestanti provenienti da diverse regioni del Sud. Un corteo – apartitico nel quale sono state bandite tutte le bandiere di soggetti politici – che si pone oggettivamente come una novità nel panorama delle contestazioni popolari italiane. Proprio questo, l’invito a ragionare in termini trasversali rispetto al contrasto all’installazione militare Usa, è stato il motivo per cui è nata la “Rete”: «Da tempo la realtà No Muos – spiegano dal comitato – era stata monopolizzata come battaglia di una parte, oltretutto minoritaria: una scelta illogica, questa della sinistra radicale, rispetto alla quale abbiamo voluto proporre un modo diverso di affrontare un problema che riguarda tutti i siciliani».
muos2La scelta di manifestare sotto l’Assemblea Regionale siciliana, allora, si spiega proprio in quanto il “primo” a essere messo sotto accusa è proprio il presidente Crocetta: «Sul Muos ha avuto un atteggiamento ondivago e strumentale. Sulla questione ha delle responsabilità enormi». Ma per la Rete No Muos non finisce qui: «Palermo è solo una tappa di un percorso che individualmente portiamo avanti da anni – racconta Di Domenico -. Adesso la “Rete” organizzerà in tutte le città siciliane incontri, monitoraggi, in previsione di altri eventi: perché la sovranità del nostro popolo è messa a rischio non solo dal Muos».
La giornata di ieri, però, è stata rovinata in parte dalla contromanifestazione (non autorizzata) animata dal “Movimento No Muos” che racchiude le sigle della sinistra antagonista. Alcune decine di esponenti dei centri sociali infatti si sono opposti fisicamente alla svolgimento della manifestazione. Le forze dell’Ordine sono intervenute e il bilancio è pesante: un arresto e tre feriti. Nelle parole di Di Domenico resta l’amaro: «Ora è il momento di isolare dal Movimento No Muos i centri sociali palermitani, responsabili degli incidenti e evidentemente al servizio degli americani».
Si spacca dunque, il fronte dei No Muos. Ma la condanna dal mondo dei social si indirizza tutta contro l’azione violenta degli aderenti al Movimento No Muos. Si legge tra i commenti: «Gli americani ora ringraziano». C’è chi poi si sofferma a riflettere: «Che dire? L’epilogo di questa manifestazione, alla fine, fa il gioco dei militari americani. L’unico modo per indebolire le ragioni di chi, legittimamente, protesta contro l’installazione in Sicilia delle antenne del mega-radar americano è quello di dividere l’intero fronte popolare».

lunedì 11 novembre 2013

Sulle rovine del vecchio muro si staglia la grande muraglia della finanza speculativa

La caduta del muro di Berlino segnò la fine della contrapposizione tra Est e Ovest. Una data che non può e non deve essere ricordata solo unicamente per la divisione in due parti della Germania. Il giorno 9 novembre 1989, precipitò fragorosamente un muro e contemporaneamente se ne edificarono di più pericolosi. Dal primato assoluto dell’alta finanza e dell’economia speculativa teleguidati da provetti portabandiera, trasformatisi velocemente in banche (Goldman Sachs e Morgan & Stanley su tutte) per sfuggire alla mancanza di fiducia dei mercati europei, non c’e’ piccone, forza e deduzioni, capaci di dissipare una volta per tutte il divisorio più alto: la disgregazione europea che con essa comporterebbe la destituzione dell’Unione Europea.
Sono passati più di dieci anni da quando il governo tedesco di Gerhard Schröder introdusse l’Agenda 2010. In definitiva, un pacchetto di riforme utili partendo dal comparto lavorativo ed imprenditoriale. Come non citare la legge Hartz, che stimolò i disoccupati a costituire delle piccole imprese, accelerando la formazione di una vera e propria rete di sostegni economici e agevolazioni fiscali, compresa l’accelerazione delle fasi di contrattazione tra imprese e sindacati; per incoraggiare gli accordi tra impresa e lavoratori? Nulla da fare, la Germania è la matrigna d’Europa e la memoria di chi ha governato vent’ anni senza lasciare traccia di una riforma degna di nota, è rimossa come un hard disc inutilizzabile. Giustizia è fatta:  Schröder era solo un progressista rosso-verde (vero, ma quello che doveva fare in minima parte lo ha attuato) e tutto l’insieme dei provvedimenti da lui varati per stimolare l’economia nazionale, incentivando la formazione e, la lunga serie di sgravi fiscali?
Peggio che andar di notte e, vista la situazione in declino dell’economia italiana, pure bendati. Via Schröder, contano solo le gentil “terga” di Angela Merkel e le onnipresenti pretese da cliché d’operetta. Meglio le dicotomie facili ed elettoralistiche contrapposte alle etichette Destra e Sinistra, dell’ex PDL e del PD. Nel mezzo, come “novità”, c’e’ pure il tempo di tappezzare la Capitale di manifesti richiamanti un’improbabile Alleanza Nazionale come cura dei mali, perdendo inesorabilmente le tracce di una perfetta sinergia di Dieci lustri che concesse agli allievi di Nietzsche l’impossibile: mettere in ordine un’economia in crisi, dai tassi di crescita in caduta libera, precipitati dal 4,6 dell’anno 1990 al 2% dei dieci anni seguenti, tagliando il traguardo negativo della stagnazione irrefrenabile. Pari all’incapacità seduttrice di proporre soluzioni del governo Alfano-Letta. Allora meglio perdersi in piccoli capogiri berlinesi e seguire un’eventualità che pareva irreparabile quasi a termine di un ciclo involutivo? La pessima media tedesca pervenutaci direttamente dal primo quinquennio del XXI secolo, confermò il peggioramento poco teutonico, sottraendo alla vista in realtà, il surriscaldamento della spia d’allarme perennemente in disuso in Europa, assestandosi attorno allo 0,75%.
All’epoca colpì indubbiamente una certa impalcatura politico-mediatica, costruita ad arte sull’unione delle due Germanie; ritrovatesi alla stessa stregua di due “sorelle separate” in difficoltà a causa dell’unione ritrovata. Paragonabile a un complemento d’arredo (antico) privo di tarli e rinvigoritasi da un ambiente pregno dei malevoli insetti globali che, tutt’ora albergano all’interno della Commissione Europea che non tardarono nell’implacabile “derattizzazione”: la Germania venne additata come una dei pochi stati europei poco inclini alle politiche del rinnovamento finanziario e commerciale internazionale. I costi ingenti per l’unificazione e i sussidi statali fatti passare come trasferimenti diretti solo verso Est (3,4% del PIL), permisero, in buona parte, di compromettere il cammino sulla Via della Seta, stabilendone contemporaneamente le direttive politiche da somministrare a grandi dosi alla Bundesbank. E se tutto ruotò in cerchio a una o più scelte politiche (?) dell’asse portante dell’economia e dell’alta finanzia, per nulla continentali ma atlantiche, la decisione della banca tedesca di fissare il tasso di cambio fra il marco occidentale e orientale, stabilendone la quotazione a 1:1, diede libertà e il pretesto agli efficienti responsabili del cantiere/sistema denaro, di additare il percorso naturale e logico dell’unificazione anche monetaria (repetita iuvant, ri-vedasi le differenze tra moneta e denaro), come una pressa ingombrante. Simile alla nostra Cassa Depositi e Prestiti, sorpassata come tipologia politica fiscale, incapace perfino di risolvere i problemi salariali e dello sviluppo germanico.
Il passo è breve, e spesso, confondere le azioni del primo governo del cancelliere progressista, imbevute di errori inqualificabili come la legge sulle scalate del 2001, con la quale venivano messe a punto e semplificate le acquisizioni delle azioni bancarie da parte di investitori esteri riconoscendone maggiori garanzie, può trarre in errore. La dinamicità illusoria di un azionariato esteso anche alle grandi cordate internazionali, mise in evidenza gli interessi delle banche sulle imprese, disunite da ogni dimensione territoriale, strettamente correlate al grande circuito dei mercati finanziari globali. L’interesse esclusivo all’ampliamento di nuovi investitori, permise il riassetto dei 16 Länder tedeschi (Regioni) su di un modello completamente diverso, locale e radicato, da ciò che sempre più andava somigliando ad una piattaforma del complesso economico-bancario anglosassone.
Una pagliuzza non fa una trave. Nel caso tedesco e a seconda di come si voglia invece interpretare l’ultimo periodo della storia politica europea, è necessario comprendere le dinamiche che hanno portato all’Europa che oggi tutti conosciamo. In data 13,14 e 15 dicembre 2013, avrà luogo il Settimo incontro nazionale Polaris. Il tema dell’evento Che Fare ? (www.centrostudipolaris.org), a confronto operatori economici e politici nel cuore produttivo del nord-est che più soffre l’attacco, una realtà propensa allo studio e alla possibile attuazione delle sue analisi, porterà l’esperienza maturata negli anni e la realizzazione dei corsi politici operativi a contribuire a imprimere una svolta salutare che non può essere rimandata. Possibilmente, cominciando ad abbattere per prima cosa le impalcature e i vecchi muri che opprimono l’Europa. Sempre che ci sia la volontà di riconoscere la decadenza e le facili inclinazioni dall’oggettività degli eventi.
di Francesco Marotta (destra.it)

sabato 9 novembre 2013

Nell'anniversario della caduta del muro di Berlino

..Io non so se nel mondo si farà mai giustizia 

della rossa menzogna, della vera sporcizia.

Il muro è crollato ed il Cremlino è inghiottito 
ma il compagno riciclato non è certo sparito 
e attenti ragazzi del mondo che viene 
difendete la coscienza da quel branco di iene 
che cambiano d'abito e cambian colore 
ma per simbolo han sempre un uomo che muore... 

Berlino, Berlino...il muro è crollato...il mondo è cambiato 
il rosso è passato..

BERLINO 09 Novembre 1989 - BERLINO 09 Novembre 2013


martedì 29 ottobre 2013

L’ultimo sorriso di Mario Zicchieri

Mario Zicchieri era un ragazzo di sedici anni che fu assassinato 37 anni fa, nel quartiere Prenestino a Roma, da un commando di terroristi vicini alle Brigate Rosse. Oggi avrebbe 53 anni, se quel 29 ottobre fosse scampato all’agguato davanti alla sezione del Msi del popolare quartiere. Per il suo omicidio non è mai stato punito nessuno. I brigatisti rossi Morucci, Seghetti e Maccari, indicati come coinvolti nella vicenda da un pentito nel 1982, sono stati assolti in appello. E così la morte di “Cremino” è rimasta impunita, come per tanti, troppi, giovani attivisti missini degli anni ‘70: Angelo Mancia, Paolo Di Nella, Francesco Cecchin… Erano morti di serie B, hanno accusato in questi anni i familiari di Zicchieri, e non valeva la pena indagare troppo a fondo. Forse è così, perché in quegli anni era vero che uccidere un fascista non era reato. Anzi, per qualcuno, anche un titolo di merito. Sì, perché quegli anni non furono affatto formidabili, ma terribili: quando i terroristi dell’estrema sinistra avevano il loro battesimo del fuoco sparando su inermi ragazzi davanti alle sezioni dei “nemici”, come accadde ad Acca Larentia, in via Zabarella a Padova, al Prenestino, vuol dire che si sono persi di vista tutti i punti di riferimento politici, morali e sociali. 

Era come se una gigantesca ubriacatura si fosse impadronita delle frange estreme della sinistra, che nel suo delirio coinvolgeva anche fasce di giovani tendenzialmente più moderati. Ma allora l’antifascismo era un collante che funzionava sempre, specie se condito col furore quasi religioso di chi crede solo alla sua ragione. E allora attentati, manifestazioni, assalti, agguati, colpi di pistola e di mitra, bombe contro coloro che erano dipinti come l’incarnazione del male, gli esponenti del Msi. E l’odio diventava tanto più cieco quando i militanti missini, come nel caso del quartiere Prenestino, non accennavano a mollare, persistendo nella loro permanenza fisica e nell’attività politica e sociale in una zona che per definizione doveva essere “rossa”. Non piaceva a chi controllava il territorio: i “fascisti” dovevano sparire, soprattutto se stavano facendo un buon lavoro.


E quel giorno i terroristi decisero di colpire: spararono con fucili a canne mozze ai tre giovanissimi che stavano davanti alla sezione di via Gattamelata. Claudio Lombardi era uno di questi giovani, che insieme ai suoi coetanei Mario Zicchieri e Marco Luchetti stava presidiando la sede in attesa che fosse ripristinata la porta blindata fatta saltare in un attentato avvenuto pochi giorni prima. Dentro i locali c’era un operaio che stava ripristinando una grata interna dalla quale ignoti avevano tentato di entrare la notte precedente. «Sì, mi ricordo ancora tutto di quel pomeriggio – racconta Claudio Lombardi in procinto di andare alla commemorazione per Mario che ogni anno si svolge al Prenestino – Eravamo solo noi tre, che stavamo aspettando il fabbro per rimontare il portone. 

Oggi stupisce pensare che per fare attività politica ci fosse bisogno di una porta blindata, ma allora le cose andavano così: ci venivano a cercare per eliminarci fisicamente di notte e di giorno, la sera spesso non potevamo rientrare in casa perché ci aspettavano, la sede era oggetto di attentati frequentissimi – ricorda Lombardi – E non solo la sede veniva colpita, ma anche le case, le automobili, gli esercizi commerciali degli iscritti al Msi o dei frequentatori della sezione, come sa bene il ferramenta all’angolo…». 

Ma quel 29 ottobre, secondo una strategia che secondo Lombardi era pianificata, lo scontro si sarebbe dovuto alzare di livello: «Saranno state le cinque, io ero al centro davanti la porta, Marco Luchetti alla mia destra appoggiato all’ingresso e Mario Zicchieri alla mia sinistra. Arrivò questa 128 chiara e ne scesero due persone che indossavano un trench, con scoppole e occhiali da sole. Scesero, estrassero i fucili e si apprestarono a sparare. Sono vivo soltanto perché ci sottoposero a un fuoco incrociato: ossia ognuno sparava in diagonale, con il risultato che Mario e Marco vennero colpiti in pieno, mentre io mi salvai tuffandomi letteralmente dentro i locali della sezione». 

E continua: «Mentre ero per terra sentii sette od otto boati fortissimi, i colpi dei fucili, poi entrò Marco massacrato di pallettoni, perdeva moltissimo sangue, tanto che un poliziotto in borghese si sfilò la cintura per fermare l’emorragia alle gambe. Io uscii, in stato di choc, vidi Mario per terra colpito al basso ventre, mi chinai su di lui, gli presi la mano… ricordo solo, e lo ricorderò per tutta la vita, che sorrideva e scuoteva la testa come per dire “no, no”… Forse voleva rassicurarmi che stava bene, che non gli avevano fatto niente, non saprei dirlo. Ricordo solo quel sorriso dolce…». 

Lombardi fermò immediatamente una macchina che passava per fare condurre i feriti all’ospedale. In capo a pochi minuti sul posto si radunarono centinaia di missini, tra cui lo stesso segretario della sezione Luigi D’Addio, forse il vero bersaglio dell’attentato, come è stato scritto in questi anni, ma nessuno potrà mai dirlo. «Eravamo tutto sconvolti», conclude. Dopo l’omicidio ci furono scontri, sia con la vicina sezione del Pci sia con la polizia, e la tensione rimase altissima per molti giorni nel quartiere.
Negli anni successivi la famiglia di Mario lottò con tutte le sue forze per conoscere la verità, per avere giustizia, ma mai chiedendo vendetta né odiando, nonostante le successive persecuzioni cui furono sottoposte la madre, che perse il posto di lavoro, e le giovani sorelle, che avevano 12 e 13 anni, che in seguito a questo dovettero addirittura cambiare scuola. Ma a oggi non c’è ancora chiarezza su questo e su altri omicidi politici, nonostanti  numerosi appelli della mamma agli esponenti delle Brigate Rosse affinché rivelassero una buona volta la verità su quella stagione di sangue e di odio. Erano morti di serie B i missini.

 Si sarebbero dovuti attendere 36 anni, ossia il 2011, prima che un’amministrazione, quella del sindaco Alemanno, decidesse di dedicare un giardino a Mario Zicchieri, al Pigneto, a meno di 200 metri da dove fu ammazzato. «Mario – aggiunge il suo antico amico – andava in palestra, era uno scout, frequentava la chiesa del Pigneto, si impegnava per gli altri, aveva il senso della comunità…». Ma soprattutto aveva 16 anni.

(da secoloditalia.it del 29/10/2012)

venerdì 25 ottobre 2013

Ernst Jünger, la vita lunga un secolo di un ribelle metafisico


Una vita lunga un secolo quella di Ernst Jünger, morto il 17 febbraio del 1998 poco prima di compiere 103 anni. Una vita interessante per un biografo attento come Heimo Schwilk (autore, anche, di una biografia di Hermann Hesse) perché Jünger è stato uomo d’azione e di lettere, scrittore e filosofo, “prussiano” e anarchico, tedesco e ribelle, e in fin dei conti testimone della complessità del Novecento. Un personaggio su cui fare una scommessa: i tempi neomistici che seguiranno all’attuale periodo di crisi dovranno per forza riscoprire Ernst Jünger. Ecco come Schwilk profetizza questo ritorno d’interesse: “La certezza jüngeriana della salvezza, la sua mistica dell’illuminazione profana indotta dalla flora e dalla fauna, la stereoscopia come fulminante compresenza di immanenza e trascendenza… tutto ciò non può non incontrare, prima o poi, l’interesse di una gioventù pronta a dedicare la propria attenzione ad un autore che ha sempre cercato di cogliere il meraviglioso, nel corso delle sue ‘escursioni nel bosco’ e dei suoi viaggi nel mondo”.
Le settecento pagine di Ernst Jünger, una vita lunga un secolo(Effatà editrice), si strutturano come una biografia classica, che segue un ordine cronologico e non tematico, e utilizza direttamente gli scritti jüngeriani (in particolare lettere e diari) per seguire il cammino del suo autore dai “ludi africani” fino al centesimo compleanno, in cui riceve tra i tanti anche gli auguri di François Mitterrand: “Jünger è un antico romano, orgoglioso e retto, imperturbabile”. A Wilflingen il vegliardo, passeggiando nei boschi, riflette sempre sugli stessi temi: Nietzsche, il titanismo, Spengler, la decadenza, il nichilismo e la metafisica, il futuro di distruzione del mondo, e ancora la spiritualità (il 26 settembre del 1996 si converte al cattolicesimo) e lo stupore per le aporìe dell’esistenza. Tutti temi che Jünger incontra già nell’infanzia, impegnato nelle escursioni con i Vandervogel o nei giochi attorno alla palude con il fratello Friedrich Georg o nella lettura notturna dell’Orlando Furioso ( a scuola era un allievo svogliato e distratto).
 È la tensione verso l’Oltre, in definitiva, che attira il suo spirito e lo rende così acuto, nello scandagliare la vita (passione che va di pari passo con quella per l’entomologia),  e che trasforma il suo sguardo in quello di un “illuminato”. E la sua vita è un “passaggio al bosco” da cui si esce rinfrancati, con le capacità visive aumentate dall’intensità dello sguardo interiore. “Chi va a trovare il vegliardo legge nei suoi occhi, disturbati da un velo acquoso, il cosiddetto corpo vitreo, che ne intensifica il tipico sguardo assente, che guarda ‘dentro’, cioè vede se stesso come in uno specchio. I movimenti del corpo, dei singoli arti, sono sotto controllo: Jünger stringe con forza la mano al visitatore. Si muove svelto, snello e magro com’è, a volte invece il suo passo è un po’ esitante, più cauto, e Liseolotte Jünger, che anche lei ha i suoi ottantuno anni, lo aiuta e lo sostiene oltre la soglia e per le scale”.
di Annalisa Terranova (secoloditalia.it)

mercoledì 23 ottobre 2013

Gli omosessuali, minoranza protetta ma intollerante

Gli omosessuali stanno diventando una minoranza – sempre che in questa società sia ancora tale -estremamente intollerante. Discriminati da sempre, oggi non lo sono più, occupano posizioni di potere in ogni settore e di alcuni, come quello della moda, hanno il monopolio. In Parlamento si discute se varare una legge che consenta loro di sposarsi. Com'è giusto che sia. 
Se due persone dello stesso sesso sono legate affettivamente o comunque convivono perchè non devono poter rendere giuridica la loro situazione? (Anche se una linea del genere, bisogna saperlo, puo' portare molto lontano. Esistono, come nell'anticipatore e splendido film di Truffaut, 'Jules et Jim', anche i 'triangoli' dove due uomini convivono con la stessa donna, la amano, ne sono riamati, mentre fra loro esiste una profonda amicizia. Perchè anche questa situazione, se i protagonisti lo desiderano, non dovrebbe essere regolata giuridicamente? Assisteremo quindi, in futuro, a matrimoni collettivi, fra eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali legati fra loro da amorosi sensi?). Gli omosessuali sono quindi cittadini a pari diritti, questo è pacifico. Ma non possono pretendere di averne più degli altri. 
Giorni fa Guido Barilla, patron dell'omonima azienda (quella, per intenderci, del 'Mulino Bianco') ha dichiarato in un'intervista che per lanciare i suoi prodotti non farà mai «uno spot con una famiglia gay, non per mancanza di rispetto ma perchè non la penso come loro». Apriti cielo. Sono insorti i gruppi omosessuali, Dario Fo, Claudio Magris. Ma qui il sessismo non c'entra nulla, è una questione commerciale. Il target del 'Mulino Bianco' è la famigliola tradizionale, pulitina, ordinatina, perfettina che tante volte è stata presa in giro per la sua banalità («cose da 'Mulino Bianco'»). 
Ma anche la banalità della normalità ha diritto di esistere, non meno dell'omosessualità, della bisessualità, della transessualità. Mi pare che Fulvio Scaglione di Famiglia Cristianaabbia centrato il punto: «La legge sull'omofobia è diventata, nella pratica e nella mente di molti, una legge contro l'eterofilia. C'è un industriale che a quanto pare non puo' fare pubblicità come vuole e per chi vuole». L'intolleranza degli omosessuali nei confronti di chiunque non li condivida si aggancia infatti anche alla recente legge sull'omofobia che si inserisce nella più ampia legge Mancino che punisce l'istigazione all'odio razziale, l'antisemitismo, la xenofobia. L'omofobia viene definita «come condotta basata sul pregiudizio e l'avversione nei confronti delle persone omosessuali, analoghe al razzismo, alla xenofobia, all'antisemitismo e al sessismo che si manifestano nella sfera pubblica e privata in forme diverse quali discorsi intrisi di odio».
 L'odio, come l'amore, la gelosia, l'invidia (motore quest'ultima, sia detto per incidens, del consumismo e quindi alla base del sistema liberista) è un sentimento e quindi, come tale, incomprimibile. Nessun regime, neanche il più totalitario, si era mai spinto fino a questo punto: a mettere le manette ai sentimenti (alle azioni e alle idee ovviamente, ma non ai sentimenti). In democrazia dovrebbero essere penalmente perseguite solo le azioni. Io ho il diritto di odiare chi mi pare. Ma se gli torco anche solo un capello devo finire dritto e di filato al gabbio. Se andiamo avanti di questo passo sul piano del 'politically correct' finirà che non potremo più dir nulla, solo parafrasare la Gazzetta Ufficiale. In ogni caso se oggi uno non appartiene a qualche minoranza protetta ma fa parte di quei quattro gatti della maggioranza è spacciato.
di Massimo Fini

Avanti ragazzi di Buda,Avanti ragazzi di Pest!


Il 23 Ottobre 1956, le scintille di libertà accesesi in Polonia,
infiammano la fiaccola della riscossa ungherese contro la durissima occupazione. Sono generose mani di studenti ad impugnare quella fiaccola.


A quei giovani, con un moto che si propaga spontaneo e fulmineo nella grande metropoli, si affiancano migliaia e migliaia di operai, impiegati, professionisti, anziani e persino bambini.


L'intera Budapest reclama che al Paese vengano restituite la dignità di nazione e l'indipendenza. Con sublime eroismo, il popolo si scaglia a contrastare l'avanzata dei carri armati sovietici: per il popolo d'Ungheria, infiammato dal magnifico Sogno della Libertà, la parola "resa" non ha alcun significato.

I cingoli dei carri armati bolscevichi, non potranno mai più cancellare la parola Libertà, che gli eroici figli d'Ungheria hanno scritto col loro sangue sul suolo della Patria.

martedì 22 ottobre 2013

La vera egemonia è quella di Gentile


Il suo pensiero influenza tuttora la filosofia italiana. Da lui Gramsci imparò l'importanza di organizzare la cultura 

Con Giovanni Gentile finì la grande filosofia italiana. Dopo di lui o non fu grande, o non fu vera filosofia, o non fu italiana. La grande filosofia italiana finì con lui. Dico la filosofia di Vico, e prima di Vico il pensiero di Bruno, Telesio e Campanella, dopo Vico di Rosmini e di Gioberti; ma anche la filosofia di Dante e di Leopardi.

Dopo Gentile la filosofia rielaborò il lutto della sua stessa morte, dopo averne decretato l'agonia e poi annunciato la sua scomparsa. Dopo Gentile l'idea che la filosofia ricercasse la verità e che anzi la verità stessa sgorgasse dal processo attivo del pensiero, scomparve del tutto: il pensiero della crisi disconobbe la verità e la sua ricerca.Dopo Gentile il pensiero non ebbe più fiducia in se stesso, si risolse nella razionale o irrazionale disperazione, variamente denominata, o si occupò dell'autopsia di se stesso, dell'analisi e della scomposizione dei saperi. Dopo Gentile la filosofia si occupò di linguaggi e procedure. Si negò alla verità, allo spirito e al pensiero assoluto (...)
Benedetto Croce esercitò nella prima metà del Novecento un'influenza che nemmeno Gentile ebbe nei suoi pur rilevanti ruoli pubblici. Croce fu chiaro e acuto scrittore di estetica e filosofia, lettere e storia, critico arguto e scopritore di autori, opere e talenti; assunse col tempo il ruolo inappuntabile di coscienza critica e maestro di libertà; ma la potenza del pensiero gentiliano non trova pari nel Novecento italiano, solo epigoni. Così Antonio Gramsci, fu acuto ideologo, lucido pensatore politico che ripassò la letteratura e la storia nella padella del marxismo militante, intellettuale di prim'ordine e sociologo della cultura e della storia, traduttore del marx-illuminismo in prassi politica e contesto nazionale. Ma non fu filosofo. O lo fu nel solco di Gentile, traducendo il materialismo di Marx in filosofia della prassi, tramite l'attualismo di Gentile. Gramsci rielaborò l'internazionalismo marxista in una filosofia d'impronta nazionale e popolare, da cui derivò l'italomarxismo. Ma la stessa conversione nazionale del marxismo avvenne all'ombra, rimossa e ingombrante, di Gentile. La filosofia della prassi ebbe in Gentile la matrice romantica e in Gramsci la versione neo-illuminista. La stessa idea gramsciana dell'intellettuale organico in cui coincidono cultura e politica - idea condivisa da Piero Gobetti - trova il suo riferimento più rigoroso in Gentile. E l'idea gramsciana, nucleo centrale del suo pensiero, che la conquista della società passi dalla conquista della cultura, fu anch'essa squisitamente gentiliana, non solo sul piano filosofico ma anche sul piano pratico, se si considera che quel progetto fu perseguito attraverso la riforma della scuola, l'organizzazione della cultura, l'enciclopedia italiana. L'idea gramsciana dell'egemonia culturale si situa tra la teoria e l'esperienza di Gentile e poi di Bottai; e deriva dall'interventismo culturale d'inizio secolo, il cosìddetto idealismo militante, più la lezione rivoluzionaria di Lenin a cui restò fedele.
Del resto, il fatto che Gentile abbia, nonostante l'Interdetto tuttora semi-vigente, figliato una vasta e spesso irriconoscente discendenza filosofica, che non ebbero né Croce né Gramsci né gli altri filosofi italiani del Novecento, dimostra la vitalità del pensiero gentiliano, soprattutto in partibus infidelium. Croce ebbe vasti estimatori, Gramsci ebbe molti seguaci politici, militanti di partito ed esegeti ideologici; ma né l'un né l'altro ebbero significativi filosofi che ne proseguirono e ne innovarono la teoria, e non solo perché ambedue non avevano cattedre e istituti con relativi allievi. Ma soprattutto perché l'una fu una grande visione della cultura nella storia e l'altra una grande cultura politica in funzione del Partito-Principe. Il maggior allievo di Gramsci, suo traduttore-traditore in politica, fu lo stesso Togliatti. Di Croce fu vasta l'ammirazione e l'influenza, piccola l'eredità filosofica, minuscola l'eredità politica, in un ramo dell'esile partito liberale. Tra le asprezze reciproche tra i due ne ricordiamo solo una, venata di tenerezza, di Gentile a Croce, del 1942: «Si calmi intanto: diamine, siamo due vecchi ormai, e i giovani ci guardano».
Come in un corpo coerente e tutto proteso all'unità, l'impianto teorico dell'attualismo si annoda alla filosofia civile, anzi si unisce nel nome di quella filosofia dell'identità che è l'impronta principale, e forse l'illusione maggiore, di Gentile. L'identità di pensiero e storia ha una matrice non solo idealistica e mazziniana, ma anche marxiana. La fecondità del pensiero gentiliano e la sua influenza si espressero in due versanti: la potenza teoretica dell'attualismo, unita a un atto di fiducia nell'assoluto del Pensiero, il cui grembo tutto contiene e risolve, la vita e il mondo, l'educazione e la politica, l'arte e la religione. E, l'altro versante, la forza persuasiva e pervasiva della sua filosofia civile che riannoda la storia e la filosofia italiana, l'arte, la letteratura e la religione, l'etica e l'educazione nazionale, cogliendo una linea coerente e vigorosa che si esprime in opere e atti, eventi storici e frutti spirituali (...)
Dell'idealismo il maggior continuatore-innovatore dell'idealismo hegeliano, non solo in Italia, fu Gentile, erede e originale come fu Plotino rispetto a Platone. Dopo di lui Hegel fu imbalsamato nella galleria dei filosofi estinti. O affisso a testa in giù nelle bacheche del marxismo, come esigeva il rovesciamento hegeliano proclamato dallo stesso Marx. Riconoscendo la forza filosofica del marxismo e cogliendone insieme la sua debolezza, il giovane Gentile capì sia l'imponenza filosofica del marxismo, che avrebbe poi pervaso il secolo, sia il suo inevitabile fallimento storico, perché il materialismo marxista fu soppiantato da un materialismo più coerente e nichilista, dissociato dalla tensione storica e ideale.
Non previde Gentile che quel materialismo globale alla fine avrebbe corroso anche lo spiritualismo politico, sconfitto lo Stato etico e travolto la dimensione nazionale. L'importanza della critica gentiliana a Marx non sfuggì a Lenin. Scrivendo il profilo di Marx, il giovane Gentile, fu l'unico filosofo vivente da lui citato. Lo scritto di Lenin risale al 1915 e fu pubblicato nel 1950 in Italia presso le edizioni di Rinascita. Ma il curatore dell'opera, Palmiro Togliatti, fece sparire il riferimento di Lenin a Gentile. Erano ormai lontani i tempi in cui Togliatti recensiva con attenzione su Ordine Nuovo l'opera gentiliana Guerra e fede (nel 1919); c'erano stati di mezzo la nascita del partito comunista, il fascismo, la guerra mondiale e la guerra civile.
di Marcello Veneziani (ilgiornale.it)

mercoledì 16 ottobre 2013

Il sonno della politica genera iene.


In un film del 1994, “Il branco”, il regista Marco Risi ha raccontato, prendendo spunto da un fatto di cronaca, lo stupro di due turiste tedesche avvenuto in una cittadina della provincia romana. La particolarità della pellicola è data dalla dimensione di surreale ferocia, di straniamento collettivo che a un certo punto assume la sevizia. All’iniziale gruppo di balordi, infatti, si accoda pian piano tutto il paese, in un gorgo infernale di assurdità. Lo stupro assume le dimensioni di una macabra festa paesana: c’è chi porta i panini con la porchetta e onesti padri di famiglia accorrono sul luogo del misfatto, per fare un giro di giostra o anche solo per presenziare all’evento, giocando a chi fa la battuta più crassa, la risata più sguaiata, senza che a nessuno venga in mente di alzare la mano e porre la benché minima obiezione, anzi con la certezza che se questo accadesse la reazione collettiva sarebbe di incredulità e irrisione.
Quello che è accaduto il 15 ottobre 2013 in Italia ha una dimensione simile. In un’allucinata gara a chi la sparava più grossa, a chi mostrava più zelo fanatico, a chi scendeva più in basso, abbiamo visto forze politiche, istituzionali e l’immancabile società civile assaltare un carro funebre. Ripetiamolo: assaltare un carro funebre. Questo dopo giorni di oltraggio al diritto e alla decenza, in cui ogni legge italiana è stata calpestata pur diimpedire funerale e sepoltura a un centenario appena deceduto. In serata, sull’onda di un’isteria collettiva, senza alcuna riflessione a mente fredda, sono stati introdotti anche in Italia i reati d’opinione. L’impressione, a ripensarci il giorno dopo, è che per 24 ore in Italia tutto sia stato possibile. Che se un senatore di Scelta Civica a un certo punto si fosse alzato in piedi e avesse proposto il sacrificio di tutti i primogeniti maschi nessuno, per non sbagliare, l’avrebbe contraddetto.
Le rare eccezioni di una seppur minima rilevanza politica, quelli che alzano la mano e si chiedono se il branco non stia forse esagerando, venendo inevitabilmente presi per scemi, sono per lo più di sinistra. Il vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio, per esempio, dopo aver ricordato il nonno ucciso alle Fosse Ardeatine, ha dichiarato che “bisogna avere il coraggio di chiudere con umana pietà le vicende. La vicenda in vita di Priebke è quella che mi ha preoccupato e che io ho combattuto aspramente e senza sconti, da Kappler a Priebke. Non mi interessa l’accanimento su un cadavere. Penso che sia un errore che non fa bene neanche a chi ha in testa i valori della Resistenza e della Repubblica Italiana”. Anche Massimo Cacciari ha dichiarato che “è assurdo che il sindaco gli rifiuti una sepoltura” e che questo “è un dibattito macabro e perfino grottesco: siamo di fronte alla morte di un vecchio. Lo si seppellisca. Qui non è in discussione il pentimento e tantomeno il perdono. Priebke è morto, che Dio ne abbia misericordia”.
Mosche bianche. Ora, poi, abbiamo il reato di negazionismo (grazie anche al Pdl). Chi abbia un po’ di raziocinio capisce perfettamente che il punto non è il fatto storico che mi si impedisce di negare, ma l’impedimento in sé. Il diritto, finché è esistito, si è sempre basato sulla fredda oggettività formale: si tutelano le opinioni in sé, si garantisce il diritto alla sepoltura delle persone in quanto tali, a prescindere dall’opinione e dalla persona. Ora tutto è saltato.Capita, quando la politica è esautorata dai banchieri. È capitato negli anni ’90, capita oggi, capiterà sempre più spesso.
Ovviamente qualcuno potrebbe stupirsi che tutto questo avvenga oggi, nel 2013, quando il primo libro di revisionismo olocaustico (Le Mensonge d’Ulysse, di Paul Rassinier) risale al 1950 e quando Herbert Kappler, nel 1978, poteva essere non estradato dalla Germania dopo la rocambolesca fuga dall’Italia ed essere tranquillamente sepolto fra amici e parenti. Come accade, cioè, che più ci si allontana da quegli anni e più la vigilanza si fa pressante, ossessiva, poliziesca? La risposta è ovvia: perché c’è una crisi di legittimità.
Negli anni ’50 e ’60, per quanto i valori dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale fossero ritenuti sacri, il fascista faceva ancora parte del paesaggio antropologico naturale, senza che la cosa fosse sostanzialmente contestata. Nei film la camicia nera o il missino erano certo tromboni retorici e cialtroni patriottardi, ma in fondo ispiravano più simpatia che ripulsa. La stessa letteratura sull’Olocausto era per lo più affidata a riviste popolari che indugiavano sui particolari macabri, non diversamente da quanto oggi accade con il delitto di Avetrana. Ciò non impediva l’avvento di un genere cinematografico di dubbio gusto come il “nazisploitation”, con pellicole del calibro di “Ilsa, la belva delle SS” (1975). Oggi, per dire, anche un innocuo fumetto come “Sturmtruppen” avrebbe concrete difficoltà ad uscire, e non è una battuta.
Con il venir meno del legame sociale, con l’incapacità della classe politica di autolegittimarsi e con quella che Sergio Luzzatto ha definito “la crisi dell’antifascismo”, ciò che non è più spontaneo va imposto in modo poliziesco. Del resto è noto che inventare un’emergenza e un nemico alle porte è il modo migliore per serrare le fila e rinforzare il potere. Se tutto questo non esistesse, se con la morte di Priebke si chiudesse davvero la Seconda Guerra Mondiale, qualcuno dovrebbe cominciare a far politica, risolvere problemi, affrontare l’omicidio sociale della nazione. Se si tiene a mente questo e ci si immagina questi personaggi all’opera, si è quasi tentati di scusarli se nel frattempo cercano un diversivo.
 di Adriano Scianca (ilprimatonazionale.it)

venerdì 4 ottobre 2013

Torna l’accusa di filonazismo contro Jünger, Schmitt e Heidegger. Ma i tre pensatori non furono paladini della tirannide


Un recente intervento su Le Monde del filosofo francese Jean-Pierre Faye ha fatto riesplodere in Francia il dibattito sul rapporto tra intellettuali e nazismo. In particolare tre grandi pensatori del Novecento, irriducibili agli schemi progressisti, sono finiti sul banco degli imputati, replicando un “processo” che ciclicamente torna ad avere i più svariati pubblici ministeri: si tratta di Ernst Jünger, Carl Schmitt e Martin Heidegger. Scrittore visionario il primo, giurista il secondo, filosofo il terzo. Secondo Jean Pierre Faye il loro linguaggio avrebbe seminato il terreno sul quale sarebbe poi fiorita la retorica del nazionalsocialismo, con la sua carica di aggressività e violenza.
La parola “incriminata”, secondo Faye, è “decostruzione”. Usata da Heidegger nel 1955 sarebbe una sorta di embrionale preludio alla strategia dello sterminio. Una tesi che non convince per niente Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica ed ex ministro dei Beni culturali. Ornaghi, intervistato da Avvenire, spiega che individuare consonanze tra il pensiero dei tre e l’ideologia dominante è un gioco relativamente facile ma rappresenta un errore come sostenere “che lo Stato bolscevico proviene tutto dalla teoria di Marx”. Infatti, prosegue Ornaghi, “è molto difficile trovare un rapporto automatico o comunque deterministico tra i grandi pensatori e le ideologie, e quindi i regimi”.
Tra l’altro, nel caso di Jünger, è comprovata la sua ostilità al totalitarismo espressa nel romanzo Sulle scogliere di marmo(1939) e per il quale rischiò un processo per disfattismo bloccato per ordine di Hitler che intimò: “Lasciate Jünger tranquillo”. Nota è poi la reciproca diffidenza che si instaurò tra il regime nazista e Martin Heidegger, che già nel 1934 presentava le sue dimissioni da rettore dell’Università di Friburgo e veniva ripagato con una serrata vigilanza da parte degli apparati di sicurezza del Nsdap. Quanto a Carl Schmitt, contro di lui il partito nazista puntò l’indice accusatore nel 1937 con un rapporto riservato dell’ufficio diretto da Alfred Rosenberg che contestava la sua dottrina, troppo intrisa di “romanità”, criticava i suoi rapporti con la Chiesa cattolica e infine guardava con sospetto al suo presidenzialismo.
Si tratta di elementi già noti di un dibattito su intellettuali e nazismo che va avanti da mezzo secolo. Perché allora il tema torna? Perché in realtà i tre grandi pensatori di cui si è occupato Faye furono precisi e spietati interpreti della “crisi” e le tirannie del Novecento proprio in quella crisi misero radici e prosperarono. E tuttavia bisogna distinguere con onestà intellettuale tra la diagnosi della malattia e la scorciatoia intrapresa per curarla. E, per quanto riguarda la “diagnosi” (sia che si tratti della decadenza dell’Europa, di quella del diritto o dell’oscuramento dell’Essere) il trittico Jünger- Schmitt-Heidegger resta insuperato e ineludibile.
di Annalisa Terranova (secoloditalia.it)

martedì 1 ottobre 2013

Giampilieri,01 ottobre 2009

In ricordo delle vittime dell'alluvione di Giampilieri,che quattro anni fa,ci portò via 37 nostri fratelli.Tanto è stato fatto,ma ancora troppo c'è da fare.Una ferita ancora aperta che ha segnato profondamente la vita di un popolo.


giovedì 19 settembre 2013

Serve il coraggio di Pound per salvare tutto il mondo

Contro le sette sorte all'ombra di Wall Street (e di chi la occupa), il poeta insegnò che il contrario del mercato non è la democrazia, ma il tempio

Il più grosso oltraggio che la democrazia ha commesso nei confronti di Ezra Pound non è di averlo rinchiuso nella “gabbia di gorilla”. Né, di per sé, il fatto di averlo cacciato per tredici anni nel “buco d'inferno” del St. Elizabeth's.
La vergogna vera e sanguinante del caso Pound non è dunque la violenza del potere nemico del bello e del buono ma la morale.Il peccato originale dell'Occidente non è la forza, ma l'incapacità di darle il sigillo del sacro, dovendo così ripiegare sulla più modesta giustificazione morale.
Ecco, ciò che deve essere stato davvero insopportabile per Pound non è tanto il rumore del chiavistello che risuona sordo alle spalle ma il sibilo fastidioso dell'ultimo uomo che tutto giudica e tutto misura sulla propria piccolezza.
Potevano rinchiuderlo solamente, Pound. E invece l'hanno anche giudicato. Errore fatale. L'Omero del Novecento è stato giudicato da tutti: dai suoi compatrioti per nascita, gli americani, dai suoi compatrioti per elezione, gli abitanti della repubblica dei letterati. Ognuno, conformemente a un'etica egualitaria (l'ultimo uomo, appunto...), si è sentito in dovere di puntare il dito contro il poeta «finito con il culo per terra» – così sintetizza brutalmente Bukowski – e sferrare un calcio al vinto. Ogni calcio, un giudizio. E i peggiori, come al solito, non sono stati i nemici dichiarati, quelli che contro l'autore dei Cantos conducevano la loro guerra santa, astiosa e irragionevole, accecati dall'ultimo dei fanatismi, l'antifascismo. Ben peggiore è il languore dei vermilinguo che sul conto del veggente di Hailey hanno dovuto sprecare il fiato in innumerevoli «però».
Pound, il grande poeta, «però...». Però era ossessionato dall'economia. Però era poco chiaro, decisamente oscuro, forse un po' pazzo. Però era un ingenuo, un bambinone, un visionario, uno strampalato. Però era un dilettante, un presuntuoso, un eccentrico.
Uno ad uno, questi però hanno fatto più male al poeta di ogni gabbia e di ogni tortura. Ne hanno smontato pezzo dopo pezzo la dignità di uomo e la grandezza dell'artista. Avrebbero potuto farne un nemico (riducendo tutti i «però» all'unica vera obiezione: «...però era fascista») e invece hanno voluto trasformarlo in un buono di serie B. E se le condanne alla fine si esauriscono – persino quelle mai pronunciate: nessun giudice ha mai comminato i 13 anni di manicomio che la sua patria gli inflisse – il giudizio morale rimane sempre lì, a far danni. Tant'è che ancora oggi c'è chi vorrebbe salvarne la memoria a colpi di carte bollate da chi, dicono, se ne appropria senza autorizzazione, con l'aggravante della colpa ideologica. Che poi è sempre una colpa ontologica: non è quel che si fa, che desta scandalo, ma quel che si è.
E questo essere colpevole imputato agli autoproclamatisi figli di Ezra è figlio diretto dell'essere colpevole che fu riscontrato nell'Ezra stesso dai questurini del pensiero. E quindi, alla fine, è da se stesso che, con foga intempestiva benché probabilmente onesta, vogliono salvare Ezra Pound.
Salvare Ezra Pound: quale impudenza. Se non fossimo completamente ubriachi di morale e di empietà, che poi è lo stesso, giungeremmo all'unica conclusione possibile. Ovvero che è lui che salverà noi. Noi: l'Italia, l'Europa, l'Eurasia. Perché no, il mondo, come recita ambizioso il sottotitolo di questo saggio. E anzi la prova più schiacciante della vacuità di tutte le altre sette soteriologiche sorte all'ombra di Wall Street e rimpolpate dai rampolli della borghesia progressista è proprio l'ignoranza dei Cantos. Hai voglia a occupare, contestare, frignare se poi si è spiritualmente i gemelli omozigoti delle oligarchie combattute negli slogan. Se invece avessero letto Pound saprebbero che il contrario del mercato non è la democrazia, ma il tempio.
The temple is holy because it is not for sale. Il tempio è sacro perché non è in vendita. Ecco l'eresia assoluta, ecco la rivolta totale, ecco la rivoluzione perfetta, quella che non ciancia di diritti ma evoca gli dei. Non c'è soluzione che non transiti per il tempio. Perché la religione è l'istinto di sopravvivenza dell'uomo. La religiosità è alla base. E, allo stesso modo, non c'è rivoluzione che non passi da Pound. \
Pound strumento di una demistificazione mai innocente, quindi. Da utilizzarsi soprattutto contro la regina delle mistificazioni, quel ballo macabro che è lo scontro di civiltà, organizzato e orchestrato scientemente da chi ha interesse perché le guerre continuino. C'è un sistema che crea le guerre in serie, urlava, inascoltato, il poeta ai microfoni di Radio Roma. \
Pound potrebbe \ salvare la destra italiana dal suo essere destra e quindi aiutarci a dimenticare nell'armadio delle irrilevanze della storia quella costruzione farraginosa che è l'ideologia teo-con. Ideologia religiosa solo di nome ma in realtà puro pregiudizio moderno, mero prurito profano. È, questa destra bastarda, una sinistra più efficace, più risoluta, perché meglio di ogni progressismo sa condurre la sua guerra mortale al sacro. 
In Cabaret Voltaire scrivevo che la destra non è altro che la sinistra al culmine della sua fase senile. E lo è proprio perché non ha letto Pound. Lo ha citato spesso, ma non lo ha letto. Ha continuato a citarlo persino Gianfranco Fini, copiandola da Roberto Saviano, ovviamente attingendo all'unica frase totemica, al motto esistenziale fattosi jingle, quello sull'uomo che deve essere sempre disposto a lottare per le proprie idee, perché altrimenti o non vale lui o non valgono le sue idee.
Sotto la frase a effetto, nulla. Ed è stato quasi sempre così, con la notevole eccezione di quel pezzo di poundiano di ferro che fu Giano Accame, che Scianca così spesso cita. «Non mi piace – diceva il giornalista – un'Italia che si rinnovi attraverso i rinnegamenti e una destra che incalza la sinistra vantandosi: noi abbiamo rinnegato più di voi. Rischiamo di diventare un popolo di rinnegati». Non rinnegare: il primo comandamento di un'etica del pensiero forte. \
Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo la prefazione di Pietrangelo Buttafuoco a saggio di Adriano Scianca Ezra fa surf, sottotitolo «Come e perché il pensiero di Pound salverà il mondo» (Zero9, pagg. 320, euro 15) in uscita in libreria. Scritto dal responsabile nazionale per la Cultura di «CasaPound», il libro dimostra, anche polemicamente, la straordinaria attualità della visione economico e sociale del poeta americano.
di Pietrangelo Buttafuoco (ilgiornale.it)

martedì 17 settembre 2013

I proclami di Obama e la Siria come Melos assediata da Atene

Non sappiamo se alla fine gli Usa attaccheranno la Siria per rovesciare il governo guidato da Assad in favore dell’opposizione jihadista. Troppo forte il rischio di una guerra di proporzione regionale, se non mondiale, dagli esiti imprevedibili. Sappiamo però che l’atteggiamento dell’amministrazione statunitense, in perfetta continuità con l’ideologia neocon.
I recenti interventi pubblici di Obama sulla Siria, tanto simili a quelli di Bush al tempo delle guerre in Afghanistan e Iraq, hanno riportato alla mente il dialogo tra gli ambasciatori di Atene e quelli dell’isola di Melos riportato da Tucidide.
Siamo nel 416 a.C. nel contesto della guerra del Peloponneso, Atene dopo la pesante sconfitta nella battaglia di Mantinea decise di compiere un’azione di ritorsione contro Melos, una piccola isola inerme del Mar Egeo. Gli Ateniesi pretendevano dai Meli di aderire alla Lega di Delo perdendo quindi la propria indipendenza. Melos, che era legata a Sparta, rivendicava una sua neutralità nel conflitto offrendo amicizia anche ad Atene. Agli ambasciatori ateniesi interessava invece la totale subalternità di Melos. Il loro monito era rivolto non solo a Melos ma anche alle altre città della Grecia: I più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano.
Gli Ateniesi tentarono di convincere i Meli con un ragionamento semplice: “Siamo ora qui, e ve lo dimostreremo, per consolidare il nostro impero e avanzeremo proposte atte a salvare la vostra città, poiché noi vogliamo estendere il nostro dominio su di voi senza correre rischi e nello stesso tempo salvarvi dalla rovina, per l’interesse di entrambe le parti”. E quando gli abitanti di Melos proposero amicizia, e non sottomissione, gli Ateniesi risposero in maniera spietata: “No, perché ci danneggia di più la vostra amicizia, che non l’ostilità aperta: quella, infatti, agli occhi dei nostri sudditi, sarebbe prova manifesta di debolezza, mentre il vostro odio sarebbe testimonianza della nostra potenza”.
Melos decise di rifiutare le condizioni imposte da Atene preferendo combattere piuttosto che perdere la propria indipendenza. Tucidide racconta che la città venne presa dopo un lungo assedio: gli uomini scampati alla battaglia furono passati per le armi mentre donne e bambini furono ridotti in schiavitù. Nella guerra contro Sparta, Atene non poteva prescindere dal dominio sul mare. Per questo motivo tutte le isole del Mar Egeo dovevano aver presente quale destino sarebbe toccato in caso di ribellione. Melos sperimentò la spietatezza dell’imperialismo ateniese. Melos è uno dei tanti esempi nella storia di piccole comunità che preferiscono la distruzione piuttosto che perdere la propria libertà ed il proprio onore.
Nei discorsi di Obama sulla vicenda siriana non troviamo la stessa spregiudicatezza. Il premio Nobel per la pace agita la minaccia dell’attacco militare per salvare la popolazione dalle presunte armi chimiche usate da Assad (o forse dai ribelli?), proprio come in Iraq. Tuttavia, al di là delle frasi di circostanza, il problema dell’amministrazione americana in politica estera è lo stesso di quello che anima Atene nel 416 a.C. (“I più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano”). E se i più deboli non si adattano vanno puniti. Melos e la Siria, così come Atene e gli Usa, hanno tanto in comune. La Siria, al pari di Melos, paga la colpa di essere un Paese mediorientale “non allineato”, di preferire l’alleanza con la Russia e l’Iran. Agli Usa interessa poco, nonostante la retorica, il tasso di democrazia presente negli Stati (vedi il caso dell’Arabia Saudita, maggior alleato dell’area) bensì il grado di sottomissione ai propri interessi. È lo stesso principio che muove Atene contro Melos. La Siria non vuole perdere la propria sovranità, così come Melos, e per questo combatte contro le bandejihadiste armate dagli Usa e dai suoi alleati. La Siria sarà il nemico diabolico da abbattere fino a quando non si “libererà” (con la guerra civile o le bombe americane) di un governo che persegue interessi in politica estera confliggenti con quelli degli Usa.
Usa e Atene: entrambe le potenze rivendicano la superiorità del loro sistema politico (la democrazia seppur con le dovute differenze storiche) e la missione civilizzatrice cui sono destinati (emblematico il discorso di Pericle in onore dei morti del primo anno della guerra del Peloponneso). Ed in nome di queste convinzioni, democratiche quindi “giuste”, sono pronte a distruggere Melos, colpire con armi di distruzione di massa il Giappone, il Vietnam ed oggi la Siria.
La vicenda dell’isola di Melos e della Siria riporta alla mente l’amara constatazione di Luciano Canfora sulla “libertà” che ha sempre la meglio sulla democrazia ostentata da potenze imperialiste: “La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più forti”.
di Mauro La Mantia