giovedì 19 settembre 2013

Serve il coraggio di Pound per salvare tutto il mondo

Contro le sette sorte all'ombra di Wall Street (e di chi la occupa), il poeta insegnò che il contrario del mercato non è la democrazia, ma il tempio

Il più grosso oltraggio che la democrazia ha commesso nei confronti di Ezra Pound non è di averlo rinchiuso nella “gabbia di gorilla”. Né, di per sé, il fatto di averlo cacciato per tredici anni nel “buco d'inferno” del St. Elizabeth's.
La vergogna vera e sanguinante del caso Pound non è dunque la violenza del potere nemico del bello e del buono ma la morale.Il peccato originale dell'Occidente non è la forza, ma l'incapacità di darle il sigillo del sacro, dovendo così ripiegare sulla più modesta giustificazione morale.
Ecco, ciò che deve essere stato davvero insopportabile per Pound non è tanto il rumore del chiavistello che risuona sordo alle spalle ma il sibilo fastidioso dell'ultimo uomo che tutto giudica e tutto misura sulla propria piccolezza.
Potevano rinchiuderlo solamente, Pound. E invece l'hanno anche giudicato. Errore fatale. L'Omero del Novecento è stato giudicato da tutti: dai suoi compatrioti per nascita, gli americani, dai suoi compatrioti per elezione, gli abitanti della repubblica dei letterati. Ognuno, conformemente a un'etica egualitaria (l'ultimo uomo, appunto...), si è sentito in dovere di puntare il dito contro il poeta «finito con il culo per terra» – così sintetizza brutalmente Bukowski – e sferrare un calcio al vinto. Ogni calcio, un giudizio. E i peggiori, come al solito, non sono stati i nemici dichiarati, quelli che contro l'autore dei Cantos conducevano la loro guerra santa, astiosa e irragionevole, accecati dall'ultimo dei fanatismi, l'antifascismo. Ben peggiore è il languore dei vermilinguo che sul conto del veggente di Hailey hanno dovuto sprecare il fiato in innumerevoli «però».
Pound, il grande poeta, «però...». Però era ossessionato dall'economia. Però era poco chiaro, decisamente oscuro, forse un po' pazzo. Però era un ingenuo, un bambinone, un visionario, uno strampalato. Però era un dilettante, un presuntuoso, un eccentrico.
Uno ad uno, questi però hanno fatto più male al poeta di ogni gabbia e di ogni tortura. Ne hanno smontato pezzo dopo pezzo la dignità di uomo e la grandezza dell'artista. Avrebbero potuto farne un nemico (riducendo tutti i «però» all'unica vera obiezione: «...però era fascista») e invece hanno voluto trasformarlo in un buono di serie B. E se le condanne alla fine si esauriscono – persino quelle mai pronunciate: nessun giudice ha mai comminato i 13 anni di manicomio che la sua patria gli inflisse – il giudizio morale rimane sempre lì, a far danni. Tant'è che ancora oggi c'è chi vorrebbe salvarne la memoria a colpi di carte bollate da chi, dicono, se ne appropria senza autorizzazione, con l'aggravante della colpa ideologica. Che poi è sempre una colpa ontologica: non è quel che si fa, che desta scandalo, ma quel che si è.
E questo essere colpevole imputato agli autoproclamatisi figli di Ezra è figlio diretto dell'essere colpevole che fu riscontrato nell'Ezra stesso dai questurini del pensiero. E quindi, alla fine, è da se stesso che, con foga intempestiva benché probabilmente onesta, vogliono salvare Ezra Pound.
Salvare Ezra Pound: quale impudenza. Se non fossimo completamente ubriachi di morale e di empietà, che poi è lo stesso, giungeremmo all'unica conclusione possibile. Ovvero che è lui che salverà noi. Noi: l'Italia, l'Europa, l'Eurasia. Perché no, il mondo, come recita ambizioso il sottotitolo di questo saggio. E anzi la prova più schiacciante della vacuità di tutte le altre sette soteriologiche sorte all'ombra di Wall Street e rimpolpate dai rampolli della borghesia progressista è proprio l'ignoranza dei Cantos. Hai voglia a occupare, contestare, frignare se poi si è spiritualmente i gemelli omozigoti delle oligarchie combattute negli slogan. Se invece avessero letto Pound saprebbero che il contrario del mercato non è la democrazia, ma il tempio.
The temple is holy because it is not for sale. Il tempio è sacro perché non è in vendita. Ecco l'eresia assoluta, ecco la rivolta totale, ecco la rivoluzione perfetta, quella che non ciancia di diritti ma evoca gli dei. Non c'è soluzione che non transiti per il tempio. Perché la religione è l'istinto di sopravvivenza dell'uomo. La religiosità è alla base. E, allo stesso modo, non c'è rivoluzione che non passi da Pound. \
Pound strumento di una demistificazione mai innocente, quindi. Da utilizzarsi soprattutto contro la regina delle mistificazioni, quel ballo macabro che è lo scontro di civiltà, organizzato e orchestrato scientemente da chi ha interesse perché le guerre continuino. C'è un sistema che crea le guerre in serie, urlava, inascoltato, il poeta ai microfoni di Radio Roma. \
Pound potrebbe \ salvare la destra italiana dal suo essere destra e quindi aiutarci a dimenticare nell'armadio delle irrilevanze della storia quella costruzione farraginosa che è l'ideologia teo-con. Ideologia religiosa solo di nome ma in realtà puro pregiudizio moderno, mero prurito profano. È, questa destra bastarda, una sinistra più efficace, più risoluta, perché meglio di ogni progressismo sa condurre la sua guerra mortale al sacro. 
In Cabaret Voltaire scrivevo che la destra non è altro che la sinistra al culmine della sua fase senile. E lo è proprio perché non ha letto Pound. Lo ha citato spesso, ma non lo ha letto. Ha continuato a citarlo persino Gianfranco Fini, copiandola da Roberto Saviano, ovviamente attingendo all'unica frase totemica, al motto esistenziale fattosi jingle, quello sull'uomo che deve essere sempre disposto a lottare per le proprie idee, perché altrimenti o non vale lui o non valgono le sue idee.
Sotto la frase a effetto, nulla. Ed è stato quasi sempre così, con la notevole eccezione di quel pezzo di poundiano di ferro che fu Giano Accame, che Scianca così spesso cita. «Non mi piace – diceva il giornalista – un'Italia che si rinnovi attraverso i rinnegamenti e una destra che incalza la sinistra vantandosi: noi abbiamo rinnegato più di voi. Rischiamo di diventare un popolo di rinnegati». Non rinnegare: il primo comandamento di un'etica del pensiero forte. \
Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo la prefazione di Pietrangelo Buttafuoco a saggio di Adriano Scianca Ezra fa surf, sottotitolo «Come e perché il pensiero di Pound salverà il mondo» (Zero9, pagg. 320, euro 15) in uscita in libreria. Scritto dal responsabile nazionale per la Cultura di «CasaPound», il libro dimostra, anche polemicamente, la straordinaria attualità della visione economico e sociale del poeta americano.
di Pietrangelo Buttafuoco (ilgiornale.it)

martedì 17 settembre 2013

I proclami di Obama e la Siria come Melos assediata da Atene

Non sappiamo se alla fine gli Usa attaccheranno la Siria per rovesciare il governo guidato da Assad in favore dell’opposizione jihadista. Troppo forte il rischio di una guerra di proporzione regionale, se non mondiale, dagli esiti imprevedibili. Sappiamo però che l’atteggiamento dell’amministrazione statunitense, in perfetta continuità con l’ideologia neocon.
I recenti interventi pubblici di Obama sulla Siria, tanto simili a quelli di Bush al tempo delle guerre in Afghanistan e Iraq, hanno riportato alla mente il dialogo tra gli ambasciatori di Atene e quelli dell’isola di Melos riportato da Tucidide.
Siamo nel 416 a.C. nel contesto della guerra del Peloponneso, Atene dopo la pesante sconfitta nella battaglia di Mantinea decise di compiere un’azione di ritorsione contro Melos, una piccola isola inerme del Mar Egeo. Gli Ateniesi pretendevano dai Meli di aderire alla Lega di Delo perdendo quindi la propria indipendenza. Melos, che era legata a Sparta, rivendicava una sua neutralità nel conflitto offrendo amicizia anche ad Atene. Agli ambasciatori ateniesi interessava invece la totale subalternità di Melos. Il loro monito era rivolto non solo a Melos ma anche alle altre città della Grecia: I più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano.
Gli Ateniesi tentarono di convincere i Meli con un ragionamento semplice: “Siamo ora qui, e ve lo dimostreremo, per consolidare il nostro impero e avanzeremo proposte atte a salvare la vostra città, poiché noi vogliamo estendere il nostro dominio su di voi senza correre rischi e nello stesso tempo salvarvi dalla rovina, per l’interesse di entrambe le parti”. E quando gli abitanti di Melos proposero amicizia, e non sottomissione, gli Ateniesi risposero in maniera spietata: “No, perché ci danneggia di più la vostra amicizia, che non l’ostilità aperta: quella, infatti, agli occhi dei nostri sudditi, sarebbe prova manifesta di debolezza, mentre il vostro odio sarebbe testimonianza della nostra potenza”.
Melos decise di rifiutare le condizioni imposte da Atene preferendo combattere piuttosto che perdere la propria indipendenza. Tucidide racconta che la città venne presa dopo un lungo assedio: gli uomini scampati alla battaglia furono passati per le armi mentre donne e bambini furono ridotti in schiavitù. Nella guerra contro Sparta, Atene non poteva prescindere dal dominio sul mare. Per questo motivo tutte le isole del Mar Egeo dovevano aver presente quale destino sarebbe toccato in caso di ribellione. Melos sperimentò la spietatezza dell’imperialismo ateniese. Melos è uno dei tanti esempi nella storia di piccole comunità che preferiscono la distruzione piuttosto che perdere la propria libertà ed il proprio onore.
Nei discorsi di Obama sulla vicenda siriana non troviamo la stessa spregiudicatezza. Il premio Nobel per la pace agita la minaccia dell’attacco militare per salvare la popolazione dalle presunte armi chimiche usate da Assad (o forse dai ribelli?), proprio come in Iraq. Tuttavia, al di là delle frasi di circostanza, il problema dell’amministrazione americana in politica estera è lo stesso di quello che anima Atene nel 416 a.C. (“I più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano”). E se i più deboli non si adattano vanno puniti. Melos e la Siria, così come Atene e gli Usa, hanno tanto in comune. La Siria, al pari di Melos, paga la colpa di essere un Paese mediorientale “non allineato”, di preferire l’alleanza con la Russia e l’Iran. Agli Usa interessa poco, nonostante la retorica, il tasso di democrazia presente negli Stati (vedi il caso dell’Arabia Saudita, maggior alleato dell’area) bensì il grado di sottomissione ai propri interessi. È lo stesso principio che muove Atene contro Melos. La Siria non vuole perdere la propria sovranità, così come Melos, e per questo combatte contro le bandejihadiste armate dagli Usa e dai suoi alleati. La Siria sarà il nemico diabolico da abbattere fino a quando non si “libererà” (con la guerra civile o le bombe americane) di un governo che persegue interessi in politica estera confliggenti con quelli degli Usa.
Usa e Atene: entrambe le potenze rivendicano la superiorità del loro sistema politico (la democrazia seppur con le dovute differenze storiche) e la missione civilizzatrice cui sono destinati (emblematico il discorso di Pericle in onore dei morti del primo anno della guerra del Peloponneso). Ed in nome di queste convinzioni, democratiche quindi “giuste”, sono pronte a distruggere Melos, colpire con armi di distruzione di massa il Giappone, il Vietnam ed oggi la Siria.
La vicenda dell’isola di Melos e della Siria riporta alla mente l’amara constatazione di Luciano Canfora sulla “libertà” che ha sempre la meglio sulla democrazia ostentata da potenze imperialiste: “La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più forti”.
di Mauro La Mantia 

lunedì 16 settembre 2013

Atreju, una storia infinita..

E' finita anche questa edizione di Atreju,tra dibattiti e discussioni,e l'irrefrenabile voglia di voler dare una svolta decisiva per il nostro futuro politico.

Rimane una sola grande certezza,una Comunità viva,presente e militante.Un manipolo di fratelli pronto a tutto per riportare questo paese ai livelli che merita.


Sempre a testa alta,con i cuori in alto e senza paura!





giovedì 12 settembre 2013

Atreju. Marine Le Pen attacca l’Europa “governata da un’oligarchia di tecnocrati”

“L’Europa è governata da un’oligarchia, un’elite di stipendiati della Goldman Sachs”. Marine Le Pen, nella parte della testimone di accusa nel processo simbolico contro l’Europa andato in scena nella giornata di apertura di Atreju, ha ben chiaro chi sono i nemici dei popoli europei.
La videointervista che ha rilasciato in occasione della inaugurazione delle giornate organizzate da Giorgia Meloni e dal suo gruppo di  giovani volontari è stata accolta con applausi poco timidi, soprattutto nei punti in cui la leader del Fronte Nazionale si è scagliata aspramente contro i tecnocrati di Bruxelles che “oltre a rendere l’Europa una giungla nella quale vige la legge del più forte, alimentando la crisi finanziari con la propria azione economica, cercano di imporre dei valori che sono in contraddizione con quei valori che sono invece fondativi della cultura dei nostri popoli”. Alla domanda se avendone il potere, abolirebbe la Commissione Europea, Marine si è limitata a constatare che tale istituzione (come la stessa moneta unica) crollerà da sola. La Le Pen ha concluso sperando in “un rapporto sempre più stretto con l’Italia, i cui popoli sono più saggi delle élite che oggi le governano”.
La leader francese è stata ospite di Atreju in una giornata particolare. E’ di oggi infatti il risultato (poco) sconvolgente di un sondaggio (del Groupe Ifopdella rivista Valeurs actuelles che giunge da Oltralpe un francese su tre condivide le idee di Marine Le Pen. Se la vera ribellione, come si suol dire, è donna, la Francia ne incarna la vera essenza: chi può negare a Marine Le Pen lo scettro di fenomeno più intrigante dell’ultimo anno? Dinasticamente reggente del Front National, rappresenta un progetto di quella futurdestra che pare destinata a crescere nei consensi grazie a un maggior consonanza con le tematiche chiavi del presente. Critiche al mercato liberista, all’Europa, condanna dell’euro e riaffermazione della sovranità nazionale. Il paradigma utilizzato è quello tradizionale e tradizionalista, contro un presente che viene accusato di aver cullato un progressismo che si è rivelato un assediante e asfissiante compromesso al ribasso. Lì si scagliano fiere le asserzioni di Marine, che si batte con una tattica ben precisa, la vera rivoluzione linguistica oltre che culturale: chiamare le cose con il proprio nome, a costo di apparire troppo vigorosa e di prestarsi a facili strumentalizzazioni. Il segreto dell’avanzamento inarrestabile del Front National è forse la capacità di misurarsi con la crisi evitando di sublimare le necessarie prese di posizione in teorie e architetture linguistiche evanescenti. Nella crisi ha ritenuto utile indicare una via, una mappa, ergo punti fissi da cui prendere spunto per tracciare un percorso chiaramente. Marine ha scelto di impegnarsi a comunicare chiaramente dove vuole andare.
 Non è il caso di chiedersi in questo ragionamento se ciò che ha utilizzato siano argomenti condivisibili o meno, ma non si può non concordare sul fatto che votare il FN è per gli elettori francesi una garanzia perlomeno su ciò che si aspettano dai loro eletti e su ciò che gli stessi andranno a difendere in Parlamento.La dediabolisation del partito ormai è giunta nella fase culminante. L’operazione mediatica e culturale di legittimazione ha addirittura lasciato il passo a una fase costruttiva che spinge verso il rilancio del FN. Non è più tempo di spendersi per il riconoscimento come forza repubblicana, nel momento in cui le idee da sempre propugnate da Marine Le Pen pare trovino corrispondenze nella quotidianità che esige del Fronte Nazionale l’accentuarsi della propria particolarità antisistema. La capacità di Marine Le Pen è quella di non aver timore nel porsi come garante di una sensibilità popolare che lo snobismo gauchiste e il moderatismo francese non riescono e preferiscono non interpretare. Già Jean Baudrillard, sociologo attento alle dinamiche dell’immaginario, notava come il vecchio leone Le Pen padre fosse l’unico a fare politica facendo i conti con il senso della storia. Non rifugiandosi nelle ideologie miglioriste e ottimiste di un progresso lineare della società.
Il Front National con Marine compie un salto ulteriore e si spende con ancor più lungimiranza nel difficile e incauto mestiere: immergersi nella quotidianità del vissuto, nel sentire comune. Certamente un realismo viziato da alcuni eccessi linguistici e programmatici. Ma le rivendicazioni che toccano le problematiche delle fasce meno abbienti e periferiche della nazione, spiegano un elettorato che è perlopiù costituito da operai e giovani.
di Nuccio Bovalino (barbadillo.it)

venerdì 6 settembre 2013

Il "CGA" conferma:il dissesto NON ESISTE

l CGA accogliendo il ricorso del consiglio comunale di Milazzo e reintegrando di fatto tutti i consiglieri non fa che sottolineare quella verità che ormai da tempo esponiamo alla città ma che è stata sempre nascosta da questa ridicola amministrazione...
Il fantomatico dissesto dell'ente altro non è che un subdolo e menzognero pretesto messo in piedi da questa amministrazione fantasma per giustificare la propria inconcludenza e la propria incapacità!
Avete cercato più volte di mandare al fallimento la nostra città.La vostra vendetta politica non si è consumata..anche in questa occasione siete stati smascherati!

IL DISSESTO NON ESISTE!


SFIDUCIA SUBITO PER CARMELO PINO E LA SUA GIUNTA!