giovedì 27 settembre 2012

Nomina Romagnolo:INDAGATI I FRATELLI PINO


Nomina Romagnolo: indagati politici e dirigenti



ANTEPRIMA. La Procura indaga ufficialmente sulla legittimità della nomina a dirigente comunale dell'ingegnere Santi Romagnolo. L'incarico risale all'anno scorso. E' durato appena 60 giorni, fino al 31 dicembre, (a maggio Romagnolo è subentrato in giunta al posto di Mariano Bucca), ma tanto è bastato per far scattare le indagini della Procura che ha delegato la Guardia di Finanza della compagnia mamertina. Nei giorni scorsi sarebbero state notificate informazioini di garanzia al sindaco Carmelo Pino, al fratello ed esperto comunale alle Finanze, Franco Pino, agli ex segretari comunali Lucio Catania e Giovanni Matasso, al dirigente Michele Bucolo.
L'ipotesi sulla quale gli inquirenti stanno lavorando è quella di abuso d'ufficio in concorso. In sostanza si sta cercando di capire se ci fossero tutti i requisiti affinchè Romagnolo potesse ricoprire l'incarico e se al momento della nomina ci fosse una copertura finanziaria. Provvedimenti fino ad oggi formali (i segretari, ad esempio, si sono attenuti esclusivamente a pubblicare il bando e a raccogliere i curricula) ma a quanto pare ci potrebero essere dei risvolti inediti. A sollevare il caso fu una interrogazione del consigliere Damiano Maisano a cui il sindaco Pino rispose a muso duro.

IN UNA SERA D’AUTUNNO IN ITALIA MORIVA LA LIBERTA’ DI STAMPA. SALLUSTI, LA MAGISTRATURA E LA DEMOCRAZIA


La solidarietà è arrivata da ogni parte, politici, colleghi, semplici cittadini, mondo del web. Tutti dalla parte di Alessandro Sallusti,condannato a 14 mesi di carcere per omesso controllo di un articolo che a firma di Dreyfus (ai tempi in cui dirigeva Libero) attaccava un magistrato torinese.
Condanna divenuta ufficiale ieri sera con la conferma della Cassazione, che ha aggiunto anche il peso delle spese legali e un cospicuo risarcimento, pari a 30 mila ero. Grande dignità da parte del direttore del Giornale, che subito s’è detto contrario ai servizi sociali e pronto invece a finire dietro le sbarre. La procura di Milano ha subito scongiurato tale rischio, sospendendo la pena grazie al fatto che Sallusti è incensurato. Niente carcere quindi, ma il punto non è questo.
La gravità della decisione presa è che farà giurisprudenza, che da oggi in poi altri giudici potranno usarla per mettere il bavaglio a certa stampa, tutelando un altro tipo di stampa a loro piacimento. Il fatto grave è l’assassinio della libertà di stampa: da ieri si può andare in carcere per un articolo. Li, in carcere dove ci sono assassini, stupratori, ladri e truffatori e dove dovrebbero finire altrettanti componenti delle citate categorie che invece pascolano tranquillamente in libertà.
Viene negato il diritto d’informazione solo perchè ad essere colpita è stata la magistratura, intoccabile, inattaccabile, insindacabile, inarrivabile e chi più ne ha più ne metta. In Italia puoi andare addosso al privato cittadino, al parroco, al Presidente del Consiglio o della Repubblica e non accade nulla, ma se l’attacco è diretto ai magistrati puoi finire in galera, anzi ci finisci davvero.
Non è un problema di regole o leggi da rispettare, la questine è molto più profonda. Siamo degni dei regimi dittatoriali più duri con il travestimento della democrazia a coprire le magagne.
Dov’è la democrazia in un Paese in cui il direttore di un giornale viene condannato al carcere per un articolo? Dov’è la democrazia in un Paese che permette ad uno dei suoi poteri di essere preponderante nei confronti degli altri due?
27 settembre 2012 muore la libertà di stampa e con essa una bella fetta della libertà di ciascuno di noi.
Chris Grasso - meridianamagazine.org

lunedì 24 settembre 2012

I pachidermi delle regioni




Lo scandalo che travolge la giunta Polverini non è certo un buon motivo per abolire la Regione Lazio. Né la Lombardia o la Sicilia, dopo le peripezie di Formigoni e di Lombardo. Ma sta di fatto che le Regioni sono diventate molto impopolari; e il popolo è pur sempre sovrano. Di più: nei termini in cui le abbiamo costruite, le Regioni sono un lusso che non possiamo più permetterci. Non solo in Italia, a dirla tutta. Ne è prova, per esempio, il no di Rajoy alla Catalogna, che reclamava una maggiore autonomia fiscale. Ma è qui e adesso che il decentramento dello Stato pesa come una zavorra. È qui che la spesa regionale è aumentata di 90 miliardi in un decennio. Ed è sempre qui, nella periferia meridionale dell'Europa, che i cittadini ne ottengono in cambio servizi scadenti da politici scaduti.

Sicché dobbiamo chiederci che cosa resti dell'idea regionalista, incarnata nei secoli trascorsi da Jacini, Minghetti, Colajanni, Sturzo. Dobbiamo domandarci se quell'idea abbia ancora un futuro e quale. Intanto ne conosciamo, ahimè, il passato. L'introduzione degli enti regionali costituì la principale novità della Carta del 1947, ma poi venne tenuta a lungo in naftalina, perché la Democrazia cristiana non voleva cedere quote di potere al Partito comunista. Quando tale resistenza fu infine superata - all'alba degli anni Settanta - le Regioni vennero al mondo zoppe, malaticce. Da un lato, il nuovo Stato repubblicano aveva occupato ormai tutti gli spazi; dall'altro lato, i partiti politici avevano occupato lo Stato. Ed erano partiti fortemente accentrati, dove i quadri locali prendevano ordini dall'alto. Le Regioni si connotarono perciò come soggetti sostanzialmente amministrativi, dotati di competenze legislative residuali e senza una reale autonomia.

Poi, nel 2001, grazie alla bacchetta magica del centrosinistra, scocca la riforma del Titolo V; ed è qui che cominciano tutti i nostri guai. Perché dal troppo poco passiamo al troppo e basta; ma evidentemente noi italiani siamo fatti così, detestiamo le mezze misure. E allora scriviamo nella Costituzione che la competenza legislativa generale spetta alle Regioni, dunque il Parlamento può esercitarla soltanto in casi eccezionali. Aggiungiamo, a sprezzo del ridicolo, che lo Stato ha la stessa dignità del Comune di Roccadisotto (articolo 114). Conferiamo alle Regioni il potere di siglare accordi internazionali, con la conseguenza che adesso ogni «governatore» ha il suo consigliere diplomatico, ogni Regione apre uffici di rappresentanza all'estero. Cancelliamo con un tratto di penna l'interesse nazionale come limite alle leggi regionali. E, in conclusione, trasformiamo le Regioni in soggetti politici, ben più potenti dello Stato.

I risultati li abbiamo sotto gli occhi. Non solo gli sprechi, i ladrocini, i baccanali. Non solo burocrazie cresciute a dismisura e a loro volta contornate da un rosario di consulte, comitati, consorzi, commissioni, osservatori. Quando il presidente Monti, nel luglio scorso, si mise in testa di chiudere i piccoli ospedali, il ministro Balduzzi obiettò che la competenza tocca alle Regioni, non al governo centrale. Negli stessi giorni la Corte costituzionale (sentenza n. 193 del 2012) ha decretato l'illegittimità della spending review , se orientata a porre misure permanenti sulla finanza regionale. Costituzione alla mano, avevano ragione entrambi, sia la Consulta sia il ministro; ma forse il torto è di questa Costituzione riformata.

La Costituzione ha torto quando converte le Regioni in potentati. Quando ne incoraggia il centralismo a scapito dei municipi. Quando consegna il governo del territorio alle loro mani rapaci, col risultato che il Belpaese è diventato un Paese di cemento. Quando disegna una geografia istituzionale bizantina (sul lavoro, per esempio, detta legge lo Stato, ma i tirocini sono affidati alle Regioni). Quando mantiene in vita anacronismi come le Regioni a statuto speciale. Quando pone sullo stesso piano il ruolo delle Regioni virtuose (per lo più al Nord) e di quelle scellerate (per lo più al Sud). Infine, ha torto quando nega allo Stato il potere di riappropriarsi di ogni competenza, se c'è una crisi, se la crisi esige un'unica tolda di comando.

C'è allora una lezione che ci impartiscono gli scandali da cui veniamo sommersi a giorni alterni. Vale per le Regioni, vale per i partiti. Perché viaggiamo a cavalcioni d'un elefante, ecco il problema. E l'elefante mangia in proporzione alla sua stazza. Quindi, o mettiamo a dieta il pachiderma o montiamo in sella a un animale più leggero. Quanto alle Regioni, vuol dire sforbiciarne le troppe competenze. Se non altro, gli incompetenti smetteranno di procurarci danni.

di Michele Ainis - corriere.it

sabato 22 settembre 2012

con Nello Musumeci PRESIDENTE DEI SICILIANI


Contro il NULLA che avanza,contro chi sostiene di essere detentore assoluto di moralità e coerenza,contro chi a Milazzo ha permesso l'elezione di questa "amministrazione aborto",contro gli usurpatori della nostra terra,contro i badogliani,contro i lecchini.
con orgoglio SOSTENIAMO,coerentemente con i nostri ideali (NOI)..
NELLO MUSUMECI PRESIDENTE DEI SICILIANI.



venerdì 21 settembre 2012

Il voto di protesta alla destra..



Per certi versi le campagne elettorali sono l’epopea di un'Italia infantile che ama la presa del mito sulle coscienze della massa, per citare Ortega. Destra e sinistra ormai polarizzate un po’ come Germania e Italia nello scenario europeo o come Croce e Gentile nello scenario filosofico. Cosa c’entra la filosofia con l’economia e con la politica?C’entrano perché solo queste tre dimensioni possono spiegare l’enorme buco nero che sta divorando il nostro sistema parlamentare. E soprattutto solo così possiamo provare a spiegare il fenomeno della dittatura democratica (un ossimoro alla stregua del ghiaccio caldo) che gli States hanno importato in Italia sotto forma di Beppe Grillo.

Filo americano lui, filo palestinesi i suoi… salvo voto informatico che condiziona la linea politica del Movimento 5 Stelle. 5 o 6 appunto? Se provate a cercare la posizione dei grillini sulla guerra in Syria per esempio o sui fatti che riguardano l’assassinio dell’ambasciatore statunitense per la Libia, sarà difficile capirci qualcosa… perché vedete Grillo non raccoglie solo i delusi. I veri delusi sono i disinformati, ossia coloro che non vanno a votare perché poco sono coinvolti dalla politica. No Grillo va oltre, raccoglie i frustrati. Coloro che sono informati o che si definiscono tali, in realtà sono confusi, nella loro frustrazione verso il sistema che in realtà è realmente marcio.

Ricordano i luddisti o il movimento operaio o gli stessi marxisti, uniti sotto una bandiera abbastanza semplificata pro masse che porterà a diverse crisi politiche e in Italia allo sviluppo dei Qualunquisti o Uomo Qualunque, un altro movimento parallelo ai grillini sviluppatosi nel secondo dopoguerra.  Sotto facili slogan e programmi confusi e populisti, questi pseudopolitici si professano anti e mai pro. Persino anti parlamento, se potessero abolire le poltrone, le sostituirebbero con delle comode tastiere. Ma non si può amministrare un Paese con una tastiera  prescindendo dalle strutture partitiche e parlamentari.

Non siamo la Svizzera o il Lussemburgo e nemmeno il tranquillo San Marino. Anzi sembra proprio che più uno Stato è piccolo tanto più la burocrazia sia grande, aldilà degli esempi citati, in cui diminuisce solo il regime fiscale, il Vaticano, Malta e Lichtenstein non mancano di strutture parlamentari e governative complesse e vecchie come Andreotti. L’impressione generale è che questo clima di antipolitica poggi su sé stesso e su nulla di strutturato.  Questo polverone d’odio che si è alzato, se non riempito di azoto e ossigeno alla fine rischia di svanire col primo maestrale… e il rischio in cui si incorre è proprio questo aldilà del già citato “dispotismo democratico”.

Teseo sconfigge Minosse ma preso dall’ira, nonostante sia egli divenuto un grande re, si fa promettere la morte del figlio Ippolito dal Dio Nettuno. Ci ripenserà. E se il migliore degli elettori alla fine della guerra, passata la crisi, ci dovesse ripensare? La coscienza non è immobile certo, Fini insegna, Lombardo smentisce. Ma se il pensiero diviene azione, per citare Gentile, si rischia di fare un pata trac colossale. L’implosione della politica non può essere accellerata. Il processo di revisione non passa dai tribunali o dalle piazze. Passa dai comitati, dai partiti e dall’elettorato medio, quello che un posto di lavoro ce l’ha e anche una coscienza fissa, non per forza hegeliana.

Siamo passati dall’era del relativismo in cui tutto dipende da chi, all’era del grillismo in cui tutto dipende da “loro”. Ma questo male innato, spesso acume di reticenza e astio verso la vera comprensione della politica e dei suoi meccanismi repubblicani, rischia di apparire sempre più oscuro e meno definibile. Dunque l’unico modo di far risorgere le radici della destra, non è potare l’albero marcio e non è sicuramente danzare sotto la pioggia sperando che Grillo ci salvi o chi per lui, voto elettronico conditio sine qua non, ma curar le radici e renderle più forti. Di quelle che non gelano al passar dell’inverno, bisogna protestare  questo voto di protesta alla destra, democraticamente o no, fate voi…

Santi Cautela

giovedì 20 settembre 2012

• SABATO 6 OTTOBRE •
INAUGURAZIONE NUOVA SEDE
ORE 17:00 // Via C.Colombo 7 - Milazzo -
Intervengono Francesco Torselli e Marco Scatarzi (resp.casaggì firenze)
a seguire aperitivo comunitario


mercoledì 19 settembre 2012

Gentile, il filosofo rimosso



Se non si riscopre il pensiero di Giovanni Gentile non è possibile inquadrare l’attuale dibattito filosofico nel contesto complesso che merita: lo ha scritto ieri su La Lettura (l’inserto domenicale del Corriere della Sera) Emanuele Severino, agganciando la sua riflessione alle conclusioni del “nuovo realismo”, la corrente filosofica che predica l’esistenza della realtà fuori dal pensiero che la concepisce. Ebbene per Severino il rapporto essenziale tra intelletto e cosa, nucleo essenziale del pensiero moderno, non si capisce a fondo se si continua ad ignorare la figura di Giovanni Gentile. A proposito del quale scrive che la sua radicalità «è ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia continuamente si parla. Invece su Gentile il silenzio, in Italia, è preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi). All’estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in quella “continentale”, di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome». Conoscere Gentile significa identificare (=rendere identico a sé), cioè ricondurre tutta la realtà all’atto del pensiero mentre pensa. Come conseguenza la scienza appare astratta e dogmatica, poiché concepisce la natura di cui è oggetto di studio come qualcosa di indipendente ed esterno al pensiero che ne viene limitato. Per questo Severino può dire che Gentile, ben prima di Heidegger, ha sradicato l’idea di verità come corrispondenza tra intelletto e cosa: «In sostanza, egli argomentava, per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come esterna alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il pensiero confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa; la quale quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere conosciuta, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere vero, non ha bisogno e non deve corrispondere ad alcuna cosa esterna». Gentile antimetafisico e dunque precursore della contemporaneità ben più di Heidegger e Nietzsche: un elemento sul quale concorda il filosofo Giacomo Marramao, che nei suoi primi scritti ha evidenziato quanto il marxismo italiano sia debitore nei confronti del pensiero gentiliano.

Gentile è cruciale per capire la modernità?

Sì, grazie alla sua intuizione per cui non si dà alcuna possibilità di cogliere il reale se non nel momento in cui vi è un pensiero che è in grado di pensarlo. Dunque la riflessione di Severino è per me giusta, infatti io sono sempre stato convinto che la lettura di Marx in Italia ha la sua chiave non in Croce ma in Gentile.

Perché su Gentile si è riflettuto troppo poco? C’è ancora un pregiudizio ideologico?

No, secondo me il pregiudizio ideologico è caduto. Resta il fatto che Gentile appare difficile. La sua scrittura pesante, direi ottocentesca, lo penalizza e non rende giustizia ad alcuni motivi originali del pensiero gentiliano. 

Eppure viene definito il “filosofo del fascismo”...

Però si studiano anche autori come Heidegger e Schmitt, nonostante l’ombra della compromissione con il nazionalsocialismo. Penso che se resiste un’ostilità verso Gentile ciò accada in componenti minime. A livello europeo il suo pensiero non è sufficientemente valorizzato perché il suo linguaggio e il suo stile non sono adeguati alla novità che il pensiero esprimeva. Il suo stile andrebbe sfrondato dalla pesantezza dell’hegelismo italiano. 

Diceva che lei non ha mai avuto pregiudizi su Gentile...


Durante i miei studi ho avuto una corrispondenza molto interessante con Rodolfo Mondolfo che nelle sue lettere mi chiarì i rapporti con Gentile. Mi spiegò di avere ricevuto da Gentile l’incaricò di redigere molte voci-chiave dell’Enciclopedia italiana e che lo stesso Gentile non gli corresse mai neanche una virgola aiutandolo poi a espatriare, anche se Mondolfo era ebreo, socialista e marxista. 

Eppure non è considerato tra i grandi del pensiero moderno.

Questo lo abbiamo affermato in pochi con il coraggio necessario: oltre a me e naturalmente a Severino vanno citati come estimatori di Gentile Augusto Del Noce, Massimo Cacciari e Toni Negri. Trovo invece che lo statalismo gentiliano, molto più conosciuto, sia in contrasto con il nocciolo più radicale e innovativo del suo pensiero.

Scusi, vuol dire che Gentile non era fascista?

Voglio dire che nel suo pensiero non c’era alcun tipo di presupposto che dovesse condurre a quell’esito. Mentre la filosofia heideggeriana con la sua teoria del <+corsivo_t>dasain<+tondo>, dell’essere gettati nel mondo, in qualche modo può arrivare alla negazione della dimensione libera del singolo e dunque conciliarsi con una forma totalitaria, tra attualismo e fascismo non c’era assolutamente un’armonia prestabilita . Sono state le scelte di Gentile che lo hanno reso un intellettuale organico portandolo poi alla sua morte agghiacciante, uno degli episodi più spaventosi del movimento resistenziale. Ma il pensiero gentiliano ha al suo interno un elemento dirompente , cioè che la realtà è tutto ciò che noi cogliamo nell’atto del pensiero, che raccoglie in sé l’intera realtà, come un lampo che lampeggia costantemente. 

Però, e scusi se semplifico, dire che il pensiero è azione ci ricollega alla cultura del fascismo...

Certo. Ma guardi che tutto il Novecento irrompe all’insegna dell’atto, anche dell’atto avanguardistico, dell’atto rivoluzionario. E sappiamo che il fascismo ebbe una dimensione rivoluzionaria. Lo ha spiegato bene Hanna Arendt quando ha scritto che i totalitarismi del Novecento non sono figli dell’assolutismo, di Luigi XIV, ma sono figli di Napoleone, figli di un’epoca in cui l’attivismo delle masse è entrato massicciamente come componente fondamentale della dinamica storica. Sono figli di un’epoca in cui tutto è in movimento. Questa tematica dell’atto la ritroviamo in tutta la filosofia dopo Nietzsche, la troviamo in Wittgenstein e anche nella scienza contemporanea dove c’è l’impossibilità di scindere tra sapere teoretico e sapere pratico. 

Dunque l’elemento dirompente di Gentile è la sua idea del pensiero che come un lampo comprende in sé tutta la realtà?

Questa idea dell’istante cosmico ricorda anche Platone e la sua idea dell’istantanea cosmica, qualcosa che viene prima dello spartiacque tra tempo ed eternità. L’atto del pensiero non è relativizzabile perché tutto ciò che viene consumato nell’atto è atto. Per questo pensare è azione. 

Si ha piena consapevolezza del fatto che il marxismo italiano ha ripreso l’eredità gentiliana?


Io ne sono più che consapevole e l’ho detto. Il marxismo italiano ha ripreso l’idea di egemonia culturale, l’idea di politica culturale dal fascismo e da Gentile, e in particolare dal modo in cui Gentile gestiva gli intellettuali dell’Enciclopedia italiana.


Annalisa Terranova,Il Secolo d'Italia

lunedì 17 settembre 2012

Di ritorno da Atreju 2012...



Sono stati 5 giorni intensi nei quali é stato ulteriormente ribadito il concetto che all'interno di questo "contenitore" grava sempre più la presenza di una classe politica ormai obsoleta, che con la sua mentalità retrograda e dannosa fa si che il cambiamento tanto auspicato non arrivi mai in questo partito mai realmente "partito".

Queste 5 giornate hanno però fatto 

risplendere l'accecante luce di una comunità giovanile che con il suo ardore,con la sua militanza e con la sua temerarietà, lotta ogni giorno condividendo gli ideali identitari e comunitari che assurgono a bandiera ed a stile di vita...
E proprio a queste comunità militanti ed identitarie va il merito di aver reso cosi ricco ed appassionante il tempo trascorso all'ombra del colosseo...

Casaggi Milazzo nelle persone dei suoi militanti presenti alla manifestazione sente il bisongno di ringraziare di cuore queste splendide ed attive comunità identitarie per lo spirito di fratellanza e cameratismo che sono stati capaci di mostare e condividere...un grazie intenso e sentito da tutti noi...grazie fratelli...

domenica 16 settembre 2012

Riprendiamoci la sovranità: sarà più facile battere la crisi



È possibile in questo fran­gente sospendere per un momento le cifre e gli indici, e tirar fuori un’idea politica? È possibile riporta­re al centro del discorso pubblico un linguaggio sconosciuto ai tecni­ci e agli eurocrati? Lo riassumo in una parola chiave che è cultura e prassi politica: sovranità. 

Una paro­la che è affermazione di principio, ri­vendicazione di competenza e di re­sponsabilità, assegnazione di com­piti e azione conseguente. Non è un concetto astratto ma si esprime in vari ambiti reali dove si esercita il po­tere e il consenso, la vita e lo spazio pubblico. La sovranità non è solo il potere sugli uomini e sulle cose, è il riconoscimento, o l’invocazione, di un principio e di un atto che non si inscrive dentro il fluire ordinario delle cose, ma che lo sovrasta, s’in­nalza sopra l’accadere e dunque lo modifica. Sovrano non è chi segue la realtà ma chi la cambia, decide un altro corso. Il male principale della nostra epoca è la riduzione dei processi storici e umani a puro auto­matismo: ovvero non si può fare che in questo modo, la tecnica o i bi­lanci hanno delle esigenze indero­gabili, matematiche, da cui non si può prescindere e tantomeno mo­dificare. Sovrano è colui che libera l’uomo dall’automa e lo restituisce alla responsabilità di decidere. Ca­liamo queste considerazioni nel­l’emergenza dei nostri giorni e nel­la convinzione ineluttabile che non si possa fare altro rispetto agli impe­rativi della finanza e della tecnica. La sovranità in questa fase si ribella al fatalismo della tecnica e della fi­nanza, non sottosta al suo diktat ma si pone appunto sopra e restituisce facoltà di decidere non solo le azio­ni ma anche le norme su cui fonda­re l’autonomia. Applichiamo così la sovranità ai diversi ambiti. Sovranità politica rispetto all’eco­nomia e ai mercati perché la politi­ca resta, nonostante tutto, il luogo in cui si rappresentano e si tutelano gli interessi generali e i principi con­divisi, il luogo in cui l’identità di un popolo si fa volontà di destino. La tecnica espleta le procedure, alla politica tocca però decidere l’orien­tamento, la direzione, le priorità.

Sovranità nazionale per afferma­re l’importanza decisiva dell’unità, della sua tradizione e della sua di­gnità che non può essere umiliata e svenduta da poteri anonimi e sovra­nazionali, che rispondono solo ai propri obbiettivi privati. Anche nel­la prospettiva europea non si può saltare, per esempio col fiscal com­pact, il gradino della sovranità na­zionale. È possibile integrare nel contesto europeo le sovranità nai­zonale, non dis-integrarle. Sovrani­tà pop­olare perché non si può calpe­stare la volontà di un popolo espres­sa dalla sua maggioranza subordi­nando un paese alle oligarchie fi­nanziarie e tecnocratiche, burocra­tiche e giudiziarie, ideologiche e mediatiche. Nessuna deificazione della democrazia e delle maggio­ranze, conosciamo bene i suoi limi­ti e le sue storture, ma resta prima­rio l’ancoraggio al sentire comune. Sovranità monetaria perché un paese resta sovrano se dispone del­la sua moneta, se è in grado di gover­narla e non di esserne succube, se non è strozzato dagli imperativi fi­nanziari o dalle ingiunzioni delle agenzie di rating. La moneta dev’es­sere al servizio dei cittadini, e non il contrario. Sovranità linguistica, nel senso che in Italia la lingua sovrana resta l’italiano. Va incoraggiato il bilin­guismo, ammirati i poliglotti, va dif­fuso l’inglese, tutelati i dialetti, ma l’italiano va difeso e promosso per­ché è il segno vivente e parlante del­la nostra identità e insieme è una delle lingue più nobili e gloriose al mondo.

Infine sovranità statuale perché uno Stato non può fallire ed elemo­sinare aiuti dalle banche, la nostra economia reale è solida, le nostre ri­serve aure­e sono rilevanti e le fami­glie italiane dispongono di beni rea­li come le case. Non può lo Stato ab­dicare in favore dei mercati, delle banche o di poteri per definizione irresponsabili nel senso che non ri­spondono a nessuno.

La sovranità infine ha bisogno di simboli di continuità e di identifica­zione. Per rendere vivente e non so­lo vigente la tradizione di un popo­lo, sorse la monarchia che dà un no­me, un volto e una storia regale alla sovranità. Incarnando la sovranità in una persona e non in un potere impersonale, si umanizza il potere e si stabilisce il principio che la so­vranità debba essere esercitata e fi­nalizzata all’umano e non ad altri paradigmi tecnici, normativi o fi­nanziari. Nella storia, la monarchia si espresse nella duplice versione di assoluta o costituzionale; oggi nelle due versioni di ereditaria ed eletti­va, ovvero dinastica o presidenzia­le. L’investitura ereditaria viene temperatadalruolo, percuiilsovra­no regna ma non governa; la regali­tà elettiva, invece, è a tempo, ma vie­ne rafforzata dalla possibilità di esercitare la sua sovranità pur bilan­ciata e vigilata da altri poteri. La decisione sovrana spetta a chi rappresenta la costellazione delle sovranità prima indicate, e ne ha la piena responsabilità di cosa fa e di come lo fa. La crisi si fronteggia con la sovranità, che implica la parteci­pazione del popolo sovrano e la de­cisione di chi è stato eletto per gui­darlo. Rispetto a questa domanda di sovranità, il governo dei tecnici è estraneo e la politica presente è ina­deguata. Sono buone ragioni per nutrire sfiducia ma non sono ragio­ni­ sufficienti per rimuoverel’urgen­za di ripristinare la sovranità. La ri­fondazione della polis riparte dalla sovranità.

(di Marcello Veneziani)

venerdì 14 settembre 2012

Strage di Hillsborough.Adesso chi paga?



La verità sulla strage di Hillsborough.Il verdetto 23 anni dopo
15 aprile 1989. È il giorno della semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest. Si gioca all’Hillsborough Stadium, quello dello Sheffield. Ad un certo punto il crollo. Muoiono 96 persone, schiacciate contro le sbarre di ferro, mentre cercavano di fuggire, guadagnando il campo, l’unico posto libero e sicuro. Dopo la tragedia è caccia ai colpevoli. E il capro espiatorio perfetto sono i tifosi del Liverpool. Ubriachi, dicono. Ma è la polizia, in realtà, ad avere la responsabilità maggiore. Le prove? Sparite. E i media, come testimonia la prima pagina del Sun che vedete nella photogallery, cavalca l’onda degli hooligans violenti. Una macchia rossa che ha accompagnato i supporters della Kop fino a ieri.
Già, perché ieri, dopo una lunga indagine di una commissione indipendente è venuto fuori che fu proprio la polizia a far sparire almeno 164 testimonianze. Fu la polizia a depistare le indagini. Fu la polizia a non essere in grado di coordinarsi con i soccorsi. David Cameron, alla Camera dei Comuni, appreso della conclusione della Commissione Indipendente, ha pronunciato un discorso in cui ha chiesto scusa ai parenti delle 96 vittine e a tutta l’Inghilterra. 
Ma adesso,chi paga?

mercoledì 12 settembre 2012

«Morire per un’idea, ho cercato di capire perché»



Un lungo applauso, intriso di commozione e rispetto, ha accompagnato i titoli di coda di “Sfiorando il muro”, il film documentario di Silvia Giralucci presentato ieri fuori concorso in proiezione speciale alla Mostra del Cinema di Venezia. Un tributo a un lavoro nato sulle ceneri di un dolore difficile da metabolizzare: l’uccisione di un padre caduto nella guerra degli anni di piombo, una ferita già raccontata dalla regista nel libro edito da Mondadori “Cercando mio padre, vittima delle Br nella memoria divisa degli anni Settanta”. Silvia, all’epoca della morte del genitore, aveva tre anni: sarebbe passato parecchio tempo prima che capisse veramente cosa era avvenuto e perché. Ed è su quel perché che la
sua vicenda privata s’intreccia con quella del Paese. È qui che le sue domande, quel desiderio di fare i conti con il passato, ricalcano interrogativi e scheletri nell’armadio di tutta una nazione. Sullo schermo, allora, tra filmini 
                                 
di famiglia e materiali d’archivio, super8 in technicolor e spezzoni di manifestazioni all’Università di Padova, la ricostruzione di una delle pagine più drammatiche della nostra storia recente: a riproporla, con un equilibrio narrativo difficile da gestire, eppure garantito, la figlia di Graziano Giralucci – con Giuseppe Mazzola tra la prime vittime delle Brigate Rosse – ucciso a 29 anni, nel 1974, durante un assalto nella sede del Msi di Padova. Diretto con Luca Ricciardi, prodotto da DocLab di Marco Visalberghi, senza fondi pubblici se non della Regione Veneto, “Sfiorando il muro” sarà distribuito da Microcinema, e dovrebbe uscire a dicembre. «A Padova il 7 aprile – data del maxi arresto nel ’79 di giornalisti, professori, leader e militanti del movimento e di Potere Operaio, tra loro Tony Negri, Oreste Scalzone, Franco Piperno, accusati di associazione sovversiva e insurrezione armata contro lo Stato – è ancora oggi per la città una data tabù, una ferita mai rimarginata». Una ferita ancora aperta anche la sua di figlia che, ci dice, si alimenta sempre di nuove acquisizioni e scoperte. «Non è un caso se una scena del mio film è girata proprio al “Secolo d’Italia”. Nel percorso di ricerca di dati e materiale storico sono venuta nella vostra redazione dove, visionando una foto, ho appreso una cosa che non sapevo: ero al funerale di mio padre, e quell’immagine mi ritrae in prima fila in braccio a mia zia».


Cosa si augura dalla diffusione di "Sfiorando il muro"?
Di capire e far capire. Il mio è un film dedicato a chi non c’era negli anni ’70 e a chi pur essendoci, non è riuscito in questi trent’anni, a rielaborarli.


In una delle sue recenti interviste ha dichiarato che l’agguato in cui fu ucciso suo padre ha segnato l’inizio di un vuoto affettivo, materiale e sociale che per anni l’ha tenuta lontana dalla politica e dall’impegno civile. Con il libro, prima, e il film documentario, oggi, sta cominciando a rompere il silenzio?
È un mio percorso personale, perché ho necessità di riappropriarmi dell’origine della mia ferita, di cui continuerò sempre a portare addosso i segni.


Il suo film mescola pubblico e privato e ci ha appena detto che per lei rappresenta uno strumento con cui indagare sul suo dolore. Ma quanto manca al nostro Paese per finire di fare i conti con quella pagina insanguinata della nostra storia?
Abbiamo appena cominciato a farli, e spero che il mio film rappresenti un ulteriore tassello nella ricostruzione di quegli anni. Il libro di Mario Calabresi, “Spingendo la notte più in là”, ha fatto vedere le cose da un’altra prospettiva, portando a riflettere sull’individualità del commissario Calabresi. Vorrei accadesse lo stesso per mio padre, considerato sempre un simbolo e mai un uomo.


Secondo lei dunque la prospettiva sul terrorismo è cambiata: il suo film, prima ancora il suo libro, e quello di Mario Calabresi come quello di Benedetta Tobagi (“Come mi batte forte il cuore"), concentrando l’attenzione su quei caduti, considerati uomini, padri di famiglia e mariti prima ancora che emblemi di una guerra politica, e poi sui figli di questi uomini, vittime a loro volta, si è spostato l’asse delle rilettura storica e la prospettiva del dibattito politico di quel periodo? 
Penso che noi figli abbiamo la necessità personale di andare a cercare le ragioni della nostra ferita, e non possiamo che cercarle nella storia; peraltro, noi abbiamo un distacco che chi ha vissuto in prima linea quegli anni, più difficilmente riesce ad avere. Questa è una cosa che sento molto nel confronto con i figli delle altre vittime: tra noi ex bambini, orfani per mano di terroristi, c’è un sentimento particolare che è molto difficile da verbalizzare e che nasce dall’essere stati feriti pur non essendo stati parte di quelle tensioni.


In questa sua ricerca personale e storica lei ha tentato in più occasioni di incontrare gli avversari politici di suo padre, a partire da Tony Negri, che le ha sempre rifiutato il dialogo...
Diciamo che Tony Negri è il simbolo di tutti gli ex Autonomi che mi hanno detto di no; avrei parlato volentieri anche con qualcun altro. I silenzi sono stati tanti, e motivati dalle più svariate ragioni: il confronto con i figli, che dai padri – ex Autonomi – non sanno esattamente quel che è successo in quegli anni; le vite che sono cambiate, per cui persone che ieri si erano illuse di poter capitanare una rivoluzione, oggi si ritrovano a fare i direttori marketing, piuttosto che a lavorare in banca... Pensi che un professore universitario molto onesto mi ha detto: «Neppure i più progressisti tra le persone che frequento oggi potrebbero accettare alcuni lati di quella storia»; e poi c’è Tony Negri che – sdegnosamente – mi ha detto che di quel periodo «non parla con me».


E come legge questo rifiuto?
Penso che lui, rispetto a quegli anni, abbia ancora una maschera che non ha nessuna intenzione di togliersi: neppure oggi.


Un’altra cosa: so che lei ha avuto un problema di traduzione per i sottotitoli con il termine “missino”, che rischiava una riformulazione impropria...
Il mio documentario gioca molto sulla contrapposizione “camerati” e “compagni”, perché parto dalla ripresa di una scritta sul muro che recita «Fuori i compagni del 7 aprile»; e poi c’è la scena del presente, che è per mio padre, in cui campeggia la scritta «camerati». Il problema  è stato che in inglese queste due parole hanno la stessa traduzione. So che alla fine hanno usato due termini diversi, ma non saprei dire quali... Il fatto è che non è facile tradurre per un pubblico straniero la parola “missino”. Ma non solo fuori del nostro Paese. Oggi – e ne ho fatto esperienza diretta – parlare con un quindicenne di casa nostra, che non sia attivamente impegnato in politica, denuncia come e quanto questi ragazzi non sappiano cosa sia il Msi, il Pci, la Dc: per loro sono sigle assolutamente vuote.


Quindi se le chiedessi cosa si riverbera di quel momento storico nello scenario politico-sociale di oggi...
Le risponderei ben poco: la violenza si è portata via tutto, compresi i grandi ideali, che mancano.


E invece, del ricordo di suo padre cosa è più che mai vivo oggi?
Mio papà incarna senza ombra di dubbio lo spirito di quell’epoca che io ho avuto bisogno di conoscere e comprendere; è stato un ragazzo impegnato in politica, che ha dato la vita per le sue idee. Io ho cercato di capire perché.


di Priscilla Del Ninno

lunedì 10 settembre 2012

Via C.Colombo 7


Lucio e quei «boschi di braccia tese»


Sono passati quattordici anni da quel 9 settembre 1998 quando, da Milano dove era ricoverato per una grave forma di tumore, giungeva la notizia della morte di Lucio Battisti. Da quel momento l’Italia del boom economico postbellico perdeva per sempre la sua voce più vera e innocente. Era la fine di “un’avventura”, come recita il titolo di uno dei suoi più celebri successi. Il riccioluto cantautore reatino infatti, in coppia col paroliere Mogol, reinventò praticamente da zero la canzone moderna italiana. Tuttavia, ispirato dal demone del pentagramma, lui s’era sempre tenuto alla larga da ogni irreggimentazione politica. Non poteva immaginare che fu proprio quella sua intransigente purezza, quella sua spiazzante, disarmante trasparenza, a procurargli i guai peggiori. Impazzavano infatti gli anni dell’impegno, quelli dell’ideologia eretta a sistema selettivo e discriminante. Era l’epoca in cui anche vestire, parlare o mangiare - figuriamoci i gusti musicali - rappresentavano, volontariamente o meno, una precisa scelta di schieramento.

 E quella sua indipendenza, quella sua autonomia, quel suo stile da anarca dello spirito non gli vennero perdonati. Infatti, per tutti i cervelli «preda di facili entusiasmi e ideologie alla moda» Battisti diventava verboten. Troppo intimista, poco rivoluzionario, anzi, palesemente reazionario, quindi sicuramente di destra, se non fascista tout court. Tanto che, come ricordarono un giorno i cabarettisti Gino e Michele, «a Radio Popolare  era il 1976 – faticammo non poco a imporre qualche suo pezzo nelle nostre trasmissioni». E ancora 18 anni dopo, il 21 marzo 1994 - durante il “Concerto per vincere” di piazza San Giovanni organizzato a Roma dai progressisti - nel momento in cui Luca Barbarossa provava a far echeggiare nell’aria le prime note della “Canzone del sole”, dalla folla partirono fischi e invettive, mentre “La Stampa” arrivò a titolare: «Che gaffe: Barbarossa canta il nero Battisti». Come raccontò una volta Paolo Limiti durante uno speciale di Raidue andato in onda il 22 giugno 1997, una foto, scattata chissà quando, da chissà chi, chissà quanti anni prima, aveva sorpreso la star col braccio destro teso. Ma non si trattava di un saluto romano, bensì dell’ordine d’attacco per i violini nell’esecuzione de “I giardini di Marzo”. E poi quel brano sospetto della “Collina dei ciliegi”: «…Planando sopra boschi di braccia tese». Dario Fo arrivava persino a organizzare letture pubbliche dei brani di Battisti stigmatizzandone «l’eccesso di licealità e di crepuscolarismo e la totale assenza di realismo di classe».

 Un atteggiamento, quello blasé degli italici salotti vermigli, rammentato con amarezza anche da Gianni Borgna, storico della musica leggera, il quale ricorda infatti che «quando uscirono i suoi primi dischi destinati a entrare nel mito, più di un critico progressista alzò il sopracciglio. Mentre i ragazzi impazzivano per lui e passavano giornate intere a ripetere i versi di “Mi ritorni in mente” e a strimpellare sulla chitarra gli accordi di “Emozioni”, ci fu chi non esitò a tacciare i suoi brani di qualunquismo». 

E la linguista (?) Patrizia Violi non fu da meno: «Battisti piace perché incarna la categoria del moderno, perché propone surrogati scadenti di comportamenti emancipati, andando così incontro ai gusti del ceto medio». Insomma si viveva immersi in un pantano d’intolleranza e di conformismo tale che - ha aggiunto Borgna - «qualunque testo parlasse d’amore e non di lotta veniva guardato con estrema diffidenza, tanto più se aveva successo e raggiungeva le più alte vette dell’odiatissima Hit Parade». E in quel clima – come ha raccontato il musicologo Gianfranco Salvatore – «fu la stampa soprattutto a montare una sorta di didascalica contrapposizione fra gente come Venditti o De Gregori da una parte e Mogol-Battisti dall’altra. Gli uni campioni di “una certo discorso” e del bel sol dell’avvenire, gli altri, che il sole lo mettevano in canzone per solleticare istinti piccolo-borghesi se non addirittura fascistoidi». 
Lucio Battisti. Uno fuori del coro.

Angelo Spaziano

martedì 4 settembre 2012

Il Legame più stretto? La Fratellanza




Fratellanza è in origine il legame naturale, per non dire biologico. Ma il termine fraternitas appare solo dal II secolo, fra autori cristiani. Diversissimo, talora opposto, il senso politico. Politicamente, fratellanza è il legame esistente (o auspicato come tale) nell’organizzazione o nella comunità di riferimento, fra chi condivide un ideale o difende una causa, e per estensione fra appartenenti a un’entità politica. Quindi la fratellanza non pare dissociabile dalla cittadinanza e esprime in senso politico il legame che dovrebbe unire i cittadini.Nulla di fraterno nella fratellanza politica, che è una solidarietà elettiva e fa riconoscere come fratelli persone che sono connazionali, non familiari. Fratellanza non è fraternità. Régis Debray scrive ne Le moment fraternité (Gallimard, 2009): «La fratellanza è opposta alla consanguineità, è rimedio alla fratria. (…) Per me, si ha fratellanza infrangendo la cerchia della famiglia, la prigione delle comunità naturali, dandosi una famiglia elettiva, adottiva, una famiglia 
transnaturata, se non denaturata». Si nasce fratelli nella fratellanza politica solo perché nati nella stessa società politica. 

Ma tale fratellanza s’estende a ogni dimensione temporale: associa morti e vivi. Per Debray, «poiché i popoli, come gli individui, sono fatti di morti e di vivi, impossibile rispettare i vivi se non come fratelli minori dei morti».Come la solidarietà (che la fratellanza supera, affermando anche un principio), la fratellanza replica a una situazione. S’afferma per opposizione. Dell’occupazione fa una resistenza, dell’umiliazione fa una fierezza. È dunque più dinamica. È anche più collettiva, più «popolare» dell’amicizia, che, col suo carattere elettivo, favorisce piuttosto il senso dell’élite. In tal senso Debray qualifica la fratellanza «sentimento moderno e democratico», sottolineando anche che la fratellanza non saprebbe definirsi come un puro sentimento, perché spesso è indissociabile dalla praxis, dall’azione («l’amicizia culla, la fratellanza scuote»).Ma questa è anche la ragione per la quale la fratellanza separa tanto quanto unisce. Come s’è detto, la fratellanza politica non associa tutti gli uomini.

 Anzi instaura una potente dicotomia fra chi è visto come fratello e chi no. Integra i primi, esclude i secondi. Insomma, la fratellanza definisce un noi collettivo per opposizione a chi al noi non appartiene, e tiene a distanza o emargina. Dà a questo noi la possibilità di fare corpo. Ma non c’è un noi senza un loro. Debray enuncia il principio che «nascendo dall’avversità, le comunità fraterne stentano a rinunciare agli avversari». Si fraternizza bene soprattutto contro l'avversario comune.Da notare anche certe differenze di natura tra la fratellanza e gli altri concetti della triade repubblicana, eguaglianza e libertà. 

La prima differenza è che libertà ed eguaglianza possono essere poste come diritti: ci sono «diritto alla libertà», «diritto all’eguaglianza». Libertà ed eguaglianza possono inoltre specificarsi: libertà d’espressione, di possibilità, ecc. La fratellanza non ha genitivo. È meno un diritto che un imperativo, perfino un obbligo. Ci si batte pro o contro la libertà e l’eguaglianza, il che spiega come l’una e l’altra, quando s’affrontano fautori e detrattori, possano dividere. La fratellanza invece riconcilia. Si è riuniti perché l’obbligo è di tutti verso tutti, di ciascuno con gli altri.Altra differenza importante è che eguaglianza e libertà sono nella prospettiva dei diritti applicabili ai soli individui. Possono divenire valori individuali, mentre la fratellanza implica, per definizione, una comunità o una collettività. 

Tale bene non è un attributo dell’individuo, ma del sociale e della socievolezza: non c’è fraternità del singolo. Nel crescente disgregarsi del legame sociale, solo il concetto di fratellanza può ridarci un noi e rianimare il progetto collettivo. Le democrazie popolari si riferivano all'eguaglianza; le democrazie liberali alla libertà. È sulla fratellanza, fondata sul partecipare alla cosa pubblica della maggioranza dei cittadini, che vanno fondate le democrazie organiche.

di Alain de Benoist
Traduzione di Maurizio Cabona

lunedì 3 settembre 2012

11 Settembre: ritrovato esplosivo nelle Torri, ora è ufficiale




Ora è ufficiale. Tracce di esplosivi di nano-termite sono stati raccolti dai detriti del WTC poco dopo il loro crollo dell'11/9/2001. Alla Brigham Young University, il professore di fisica, il dottor Steven Jones, ha fatto la scoperta dell'esplosivo insieme ad un team internazionale di nove scienziati.
Grazie quindi alle prove di laboratorio più estese, gli scienziati hanno concluso che i campioni analizzati, hanno mostrato che si tratta di esplosivi nano-termite, generalmente usati per scopi militari.

Dopo un rigoroso processo di peer-review, il loro documento è stato pubblicato nella Bentham Chemical Physics Journal, una delle riviste più accreditate negli USA e che ha approvato alcuni Premi Nobel, essendo rispettata all'interno della comunità scientifica. Primo autore dello studio è Dr. Niels Harrit di 37 anni, professore di chimica all'Università di Copenaghen in Danimarca e un esperto di nano-chimica, che dice: "Il conto ufficiale messo avanti dal NIST viola le leggi fondamentali della fisica."

Il Governo ora sa delle prove che confermano la presenza di Esplosivo Nano-Termite, utilizzati per far cadere tutte le Torri del WTC l'11 / 9.
Fonte: Irib