giovedì 19 maggio 2011

RIFORMARE I PARTITI PER SELEZIONARE LA CLASSE DIRIGENTE

di Sergio Chillè
C'erano una volta i partiti. Quelli classici, avevano una classe dirigente, propri parlamentini, una ideologia, un progetto di cambiamento della società forzato alle esigenze del pragmatismo. Poi naturalmente c'erano le elezioni che stabilivano il ruolo nello Stato e che decretavano il successo o il fallimento di un leader.
Guardando all'Italia, stiamo parlando di preistoria. Il partito, sia che facciamo riferimento all'organizzazione classista di Marx e Lenin, o a quello più pragmatico di Max Weber che lo legava a principi e valori condivisi, non esistono più. Oggi abbiamo un capo e intorno a lui un'organizzazione più elettorale e di governo che politica. E la forza, la capacità di attrarre consensi, non sono dati da una strategia, dal porre all'attenzione dell'opinione pubblica temi condivisi, ma dal grado di popolarità del capo. Così non stupisce che Berlusconi si ponga il quesito se ricandidarsi nel 2013 perché sa bene che il consenso non potrà trasmetterlo automaticamente al successore solo perché lo sceglie. Sa bene che la forza di attrazione del Pdl non è data dal programma politico, ma dalla fiducia che personalmente riscuote. La questione non riguarda soltanto il Pdl. Dal 1992, da quando Tangentopoli spazzò via i partiti tradizionali (il Pci fu travolto dalla storia) sono tutti nella stessa condizione. Quanti gruppi politici fanno riferimento a un capo carismatico? Di Pietro, Casini, Mastella, Lombardo, Rutelli, Fini, Storace, Vendola, tanto per citarne alcuni. La Lega, pur con una organizzazione periferica simile al vecchio Pci, ha un capo come Bossi in grado di effettuare mille piroette politiche senza subire lacerazioni. Non esce da questo schema il Pd. Ha vinto quando ha trovato in Prodi la sintesi di tutte le anime della sinistra, capace di mettere in piedi un cartello elettorale valido solo per le elezioni, non per governare. Ora se si parla della crisi del Pd si individua in Bersani il responsabile. Il partito si divide perché non ha un patrimonio comune di valori o di progetti e il capo non ha il carisma per superare le divergenze. Così diventa il responsabile della crisi. L'effetto di tutto questo è l'assoluta incapacità dei partiti di costruire una nuova classe dirigente e alternative interne. Cosa sarebbe Italia dei Valori senza Di Pietro? O l’Udc senza Casini? Ma vale anche per il Pdl. Tutto è ingessato. La classe dirigente invecchia, al massimo coopta qualcuno, ma non entra mai in discussione. Anche nel Pd, che ha il meno saldo dei leader, il ricambio è impedito dal gruppo al vertice da sempre: Bersani, Veltroni, D`Alema, Fassino, Franceschini, Fioroni. Loro e solo loro decidono per il futuro. Questo è un problema per il Paese che ha la più anziana classe dirigente del mondo occidentale. Dove si parla di successione come nelle monarchie e dove la scomparsa del monarca può portare alla disgregazione del regno. Accadrà anche al Pdl, se Berlusconi, prima di scegliere il delfino, non costruirà il partito. Lui fu capace di innovare la politica italiana dopo la crisi della Prima Repubblica. Se riuscisse a farlo alla fine della Seconda farebbe un regalo non solo ai suoi, ma a tutto il Paese. Perché inevitabilmente costringerebbe gli altri a seguire la stessa strada. La democrazia moderna ha ancora bisogno di partiti. Diversi da quelli del secolo scorso. Capaci di selezionare la classe dirigente per guidare il Paese.