domenica 13 novembre 2011

MELONI: ORGOGLIOSA DEL LAVORO FATTO, TORNO ALLA MILITANZA


(ASCA) - Roma, 13 nov - ''Ho scelto di uscire dalla porta principale di palazzo Chigi, e non dal retro. I miei contestatori volevo guardarli in faccia. In ogni caso, preferisco loro a chi si nasconde dietro a un computer. E, se gliela posso dire tutta, non ce l'ho con chi festeggia. Io contro Prodi ho fatto di peggio''. GiorgiaMeloni, in un'intervista al quotidiano 'Il Messaggero', commenta le contestazioni di ieri al governo e tira le somme dei tre anni e mezzo al ministero della Gioventu'. Rimpiange ''di perdere un gruppo di collaboratori splendido, eccezionale. E sono orgogliosa di quello che questo governo ha fatto per i giovani italiani''.

''Non mi vergogno di quello che ho fatto, ne' di quello che ha fatto per questo Paese il mio governo. In ogni caso, quando cadde il governo Prodi seppi organizzare festeggiamenti migliori - ricorda Meloni - con piu' gente e molto piu' tosti di questi ragazzi che ho incontrato uscendo da palazzo Chigi. Quello che non capisco e' cos'ha da festeggiare la sinistra italiana: sta per votare per il governo delle banche e dei banchieri''.

Meloni guarda al futuro: ''Torno a fare politica di parte come sono abituata a fare. Da ministro non si poteva. Daro' battaglia, nel mio partito, il Pdl, e in Parlamento.E ritornero' alla militanza semplice''.

sabato 12 novembre 2011

Onore ai caduti di Nassiriya



Era il12 novembre del 2003 e l’Italia piangeva i suoi caduti in Iraq, 19 tra carabinieri, soldati e civili uccisi in un attacco terroristico a Nassiriya.Sono passati ben 8 anni da quel freddo novembre e noi tutti vogliamo ricordare tutti quegli italiani che con coraggio, con passione e senso di umanità, hanno messo al servizio dell’intera comunità la propria capacità professionale fino a giungere all’estremo sacrificio. Ricordare i nostri caduti,per sopraffare chi,ancora oggi, dalle piazze vigliaccamente grida 10 100 1000 Nassirya,chi vigliaccamente "imbratta" le lapidi commemorative dei nostri eroi.L'Italia,quella vera,sana,orgogliosa,fiera NON VI DIMENTICHERA' MAI

Noi.. non vi dimenticheramo mai,GRAZIE RAGAZZI!!

OGGI PIU' DI IERI...ITALIANI FIERI

venerdì 11 novembre 2011

UN PM è LIBERO?

È stata la notizia clou che ha occupato la prima pagina dei quotidiani la settimana scorsa. Ha infuocato lo schieramento di centro destra. La crisi economica? Renzi? 
Ma no! il riferimento è alle dichiarazioni del Dottor Ingroia durante l’ultimo congresso del PDCI di uno dei pochi comunisti rimasti: Oliviero Di liberto. Durante il suo intervento il Dottor Ingroia, (Pubblico Ministero presso il tribunale di palermo n.d.r.) ha dichiarato testualmente: "La politica con la 'p' minuscola - ha detto Ingroia - chiede alla magistratura di fare un passo indietro. C'è bisogno invece di una politica con la 'p' maiuscola. Senza verità non c'è democrazia. Fino a quando avremo verità negate avremo una democrazia incompiuta. Legalità senza sconti per nessuno, in armonia con i principi costituzionali. Abbiamo bisogno di eguaglianza. Un'Italia di eguali contro un'Italia di diseguali". 
Adesso viene da chiedersi, viste le polemiche scatenate: è GIUSTO che un magistrato faccia queste dichiarazioni in pubblico? 
Per provare a rispondere a questa domanda partiamo dall’art. 21 della nostra costituzione che recita:”Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzi diffusione”.
Questo è l’unico punto fisso di riferimento, la nostra stella polare, come l’ha definita qualche costituzionalista e solo sulla base di questa possiamo giudicare la correttezza del dottor Ingroia.
Prima da studente di giurisprudenza e dopo come militante di un partito giovanile non mi posso accodare alle voci di quanti prendono spunto da questo avvenimento per delegittimare il dott. Ingroia. 
Personalmente non ritengo pregiudizievole il fatto che sia intervenuto presso un congresso politico per la sua attività da Pubblico Ministero anche se da una professionalità del suo calibro ci si sarebbe aspettato un comportamento diverso…
E’ più o meno anche questa la posizione esternata dall’ANM:”politica e giustizia siano divise”.
Vi lascio con una domanda: ha senso scandalizzarsi per delle dichiarazioni, per quanto rilevanti, dopo che in passato una parte della stessa magistratura che oggi in “molti” biasimano, perché quotidianamente “sotto attacco”, delegittimò Falcone e Borsellino? 
a cura di Rocco Vaccarino.

11.11.11 Per non dimenticare.Gabriele vive!

domenica 6 novembre 2011

Il muro che crolla... anche a Milazzo



Quest'anno siamo tornati a Milazzo per ripercorrere con la Giovane Italia il22esimo anniversario dalla caduta del muro di Berlino. Il sit-in messo su dai ragazzi di centro-destra ha visto la partecipazione di nuove leve del gruppo come il neo eletto alla Consulta provinciale degli studenti, Gabriele Saija (classe 95'!) epresidente del Movimento Nazionale Studentesco per la provincia di Messina (segue intervista a pié di pagina). Nuovi volti e facce conosciute come l'amicoGabriele Italiano, portavoce per la Giovane Italia Milazzo che ha sottolineato l'importanza di celebrare questa giornata con 4 giorni d'anticipo, per raggiungere quanti più cittadini possibile nella serata di sabato "bisogna spiegare alla gente e alle nuove generazioni che non hanno vissuto il 9 novembre di 22 anni fa, quanto sia stato importante vivere la caduta di un muro che non era un semplice insieme di mattoni, ma un simbolo di sangue e violenza per tutta l'Europa divisa comenon mai da più di 50 anni" ha proseguito il portavoce Italiano "abbiamo riscontrato l'interesse di molti cittadini che speriamo aver sensibilizzato in occasione dell'anniversario".

Bandiere, volantini con la storia del muro e i motivi del suo crollo, un grande striscione con la dicitura "Ogni muro" sono le "armi" a disposizione di questa nuova generazione che non osa riscrivere la storia ma vuole ricordarne i fatti. Dopo il crollo si è finalmente iniziato a parlare nel nostro Paese, senza quella velatura e quella trasposizione filo-sovietica tipica del socialismo reale, delle angherie, delle violenze tenute segrete dal e del regime sovietico e dei paesi cuscinetto. La fine di un'epoca che oggi segna l'inizio di una nuova amicizia con l'alleato ritrovato della Russia di Putin, necessario partner nella politica internazionale italiana.

Dunque torniamo sull'argomento due anni dopo quei fatti de La Sapienza cui questo articolo è strettamente correlato. In quell'occasione raccontammo l'atto infame e violento dei compagni contro l'amico camerata Francesco Strano, siciliano anche lui, mentre cercava di promulgare la verità nella facoltà di Scienze Politiche. Oggi in Sicilia e con gli occhi di Roma, mai si è respirata una crisi economica così forte e un allontanamento tra cittadini e le reti istituzionali. Il clima è certamente diverso, a tratti perverso, ma contribuisce forse alla credibilità di una nuova classe politica che si fa largo dal basso (per riprendere il tema di Atreju di quest'anno), dai giovani che sperano nel cambiamento del sistema, oggi da dentro, ieri, nel 68', dal di fuori...





                                         
di Santi Cautela
Salvateletica.blogspot.com

mercoledì 2 novembre 2011

OLTRE OGNI MURO

per ricordare il 22esimo anniversario della caduta del muro di Berlino saremo presenti,sabato 5 dalle 18:00,in via G.Medici -Milazzo-
PER LA LIBERTA' DEI POPOLI,CONTRO IL COMUNISMO

Il Dossier Gheddafi: l'epilogo della Terza Via Africana


Avremmo voluto essere lì quando la notizia della morte di Gheddafi arrivò a Washington, giusto per comprendere l'esposizione in questa guerra degli States, ad oggi, ancora poco chiara. Ah già, noi eravamo lì, quando Hillary Clinton, Segretaria di Stato, esclamò il suo "wow" vedendo le immagini del Raìs prima martoriato e poi ucciso. 

Questa è ancora una volta la storia dei cosiddetti "Stati Canaglia". Anche la Libia avrà così il suo 25 Aprile da festeggiare. E pensare che il capo di al-Qaida in Libia, Abdelhakim Belhadj, è divenuto il governatore militare della Tripoli “liberata” ed è il responsabile dell’organizzazione dell’esercito della “nuova Libia“. Si era detto dei rapporti tra Gheddafi e Bin Ladin, rapporti che non son verosimili neanche come coprotagonisti di un Face/Off panarabo. Si era detto della lotta per la democrazia, ma i media hanno taciuto sui reiterati tentativi di Gheddafi di ripristinarla in questi 42 anni di "dittatura". C'è poi l’ipotetica instaurazione della Sharia, che con la democrazia occidentale non ha molto a che vedere ma non appare una novità, a dire il vero, visti i legami del CNT con i gruppi islamisti radicali, il Qatar e l’Arabia Saudita. Si era parlato di libertà e democrazia anche in Afghanistan, si diceva del burqa alle donne, e delle rappresaglie dei talebani. Si dicevano tante cose dopo l'11 settembre, ma nessuno prima aveva parlato di un rifiuto del regime talebano alla fine degli anni ’90 dell’accordo con la multinazionale Unocal per il passaggio di un gasdotto in territorio afghano. E il petrolio c'entra anche con la Libia.

D'altronde se il Rais ne aveva fatta la seconda potenza africana, è anche perchè la Libia può contare su importanti giacimenti petroliferi, di cui, storia arcinota a tutti, noi italiani traevamo beneficio. Il petrolio la dice lunga anche sullo stanziamento di truppe Nato al confine col Pakistan, terra di transito proprio dell'oro nero verso l'Occidente. Poi c'è il recente intervento della Francia in Costa d'Avorioe l’appoggio USA alla divisione del Sudan, così come lo smembramento della Somalia; ultimo capitolo è l’invio la scorsa settimana di truppe statunitensi in Uganda, ufficialmente per colpire dei gruppi armati somali presenti nel paese. L’Uganda sembra essere attraversata negli ultimi mesi da una rivolta sociale che ha come modello le sommosse arabe. Truppe statunitensi sono presenti anche negli Stati limitrofi: Sud Sudan, Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo. 

Di questo non si parla o si parla poco. Si parla tanto di premi Nobel, di risatine e di strette di mano. Guardando al passato ogni tipo di intervento per la civilizzazione si era protratto a sostegno o, piuttosto, a smembramento, di una rivoluzione verso un regime. Eppure in Libia non è andata così. 7 mesi di ribellione per 7 mesi di intervento Nato. La morte di Gheddafi come ultimo sprazzo di questa verità con il bombardamento a Sirte e i ribelli festaioli a sparar il colpo di grazia a un uomo già condannato, senza tribunali di sorte. La sorte a Sirte è chiara: l'eliminazione di un nemico che fu amico che ora non serve più nè per una nè per l'altra causa. Gheddafi fu infatti voluto dall'allora amministrazione Ford, che fu poi invaso dall'amministrazione Reagan che fu poi rivisitato ai tempi diBush e via via sino ad oggi, l'amicizia con Berlusconi e quindi con Putin. 

Poi ci sono due elementi. La corsa verso l'Unione Africana, cui Gheddafi fu eletto Portavoce all'Onu e gli insediamenti indiani in Libia. Due potenze che vogliono diventare super: l'India e la Cina, i loro rapporti con l'Unione Africana, e il ruolo jolly del Rais, tanto utile come coach del luogo d'incontro di culture arabe e culture nere e africane. Unica guaina tra musulmani moderati e fondamentalisti arabi. Non va dato atto solo per questo ma della ripresa economica di un Paese diviso tra tribù e famiglie, terroristi e beduini. L'Africom, gli idrocarburi, i rapporti internazionali decisamente scomodi per gli "Alleati della corsa alla civiltà" fanno abbastanza fumo e abbastanza arrosto. Entrando nello specifico qualora la geopolitica non bastasse a spiegare il liet motiv di una guerra senza casus belliveniamo all'economia libica, una economia poverissima prima che il regime del Colonnello nazionalizzasse le risorse petrolifere, del gas e reinvestisse i fondi così ottenuti nella industria leggera, nella costruzione di case e strade e nell'approvigionamento diretto di acqua in tutto lo Stato attraverso un ramificato fiume artificiale sotterraneo. 

Gheddafi come guida del Paese de facto ma delegando la politica interna attraverso una fitta rete dicomitati e istituzioni territoriali di matrice democratica diretta. Fa sorridere che oggi i ribelli sbandierino i simboli del re Idris, per quel poco che fu monarchia, la Libia fu uno stato povero esuccube di Gran Bretagna e Francia che ne hanno mantenuto le loro basi fino all'avvento della Repubblica sociale di Gheddafi. Fu l'Italia di Giolitti a invadere la Libia nel 1911 non Mussolini che si limitò a mantenere gli insediamenti attivi e a nominare Balbo Governatore di Libia dando ampio spazio alle tribù islamiche e riconoscendone l'autorità, costruendo luoghi di culto musulmani. La cacciata degli italiani dalla Libia è il simbolo sacrificale di uno Stato povero, vissuto come la conditio sine qua non di potenze occidentali dalle facili pretese imperialistiche. 

E nonostante l'attacco americano degli anni 80', nonostante il sostegno ad Arafat in Palestina e al riconoscimento, dopo, dell'esigenza di una Terza Via nel conflitto palestinese, nonostante l'appoggio economico in Irlanda del Nord alle truppe dell'Ira e il sostegno politico a molti dittatori africani, la Libia di Gheddafi è comunque riuscita nel difficile compito di porsi come finestra sull'Occidente in un'Africa sempre più avanguardista rispetto la propria indipendenza. Oggi solo il Giornale, Libero e il Secolo hanno reso onore alle armi per un leader caduto sotto le bombe di invasori opportunisti e non tra le braccia di un popolo che si prepara comunque ad accogliere banche, speculatori e McDonald's oltre che, paradossalmente, terroristi islamici, sotto la nuova ma vecchia bandiera di una Libia monarchica, colonia e canaglia quando più opportuno. E se il Niger accoglierà il figlio di Gheddafi come prosecutore di quel cammino filosofico politico di un'Africa della Terza Via, tra l'Europa e l'Asia panaraba, c'è da chiedersi se il sogno del Colonnello impresso su quel Libro Verdepossa realizzarsi davvero... 

Certo la lettera all'amico Berlusconi, come monito e biasimo per una redenzione totale o parziale (verso quegli invasori che tengono in scacco da Bruxelles anche noi italici), inviata il 5 agostoattraverso canali non ufficiali ci fa capire come noi stessi siamo potuti restare immobili a guardare la disfatta di uno stato libero e oggi solo liberato dalla sua stessa libertà. E se vero è che i carnefici dellanuova Piazzale Loreto Libica siano i figli della tribù di Misurata, discendenti di una stirpe ebraico-turca, da cui tra l'altro discenderebbe anche il sionista Sarkozy, fa sorridere ancora una volta l'immagine beffarda del ragazzino col berrettino degli Yankee che festeggia l'arrivo del BigMac aTripoli. L'ombra sionista, già spettro per Nasser, per Saddam e lo stesso Bin Ladin dai tempi diKennedy, si rifà nello staff barackiano (in realtà Clintoniano) e di Cameron (recentemente riscopertosi ebreo) e dello zingaro ungherese ebreo Sarko... e la storia andrà a ripetersi forse in Uganda, Sudan, Siria, Niger, Pakistan e in ogni covo di grattacieli che potrà render sazio il Leviatano di Washington. Dunque il Rais come Davide contro Golia.
Ci auguriamo che la Libia possa comunque trovare la SUA strada, a differenza del nuovo Iraq e delnuovo Afghanistan perchè dopotutto la sconfitta di un re non è sempre la vittoria di un popolo...  هزيمة الملك ليس دائما انتصار الناس


Santi Cautela
Direttore Salvateletica

giovedì 27 ottobre 2011

SCEGLI I NOSTRI CANDIDATI

liceo classico "GB.Impallomeni"- liceo scientifico "A.Meucci"
CONTRO IL NULLA CHE AVANZA
Per costruire la destra studentesca,per tutelare i diritti di tutti gli studenti,per abbattere i muri rossi..
per crescere..per osare..
alla consulta scegli i nostri candidati...
LA SPADA-SAIJA

(unica preferenza)

mercoledì 26 ottobre 2011

domenica 23 ottobre 2011

ONORE AI RAGAZZI DI BUDAPEST

‎23/10/1956 - 23/10/2011



"Ragazza non dire a mia madre
che io morirò questa sera
ma dille che vado in montagna
e che tornerò a primavera"

venerdì 21 ottobre 2011

SIRTE COME PIAZZALE LORETO


È stato giustiziato Gheddafi e con lui sembra essere terminata la guerra civile libica.  In molti si aspettavano la morte del colonnello, in pochi, forse, potevano prevedere una fine così brutale e cruenta. 
Il civile mondo occidentale esulta adesso unanime alla morte del “dittatore”, alla vittoria del popolo libico ed alla primavera araba. 
Le parole chiave per giustificare questa guerra umanitaria è stata “primavera araba”.
L’occidente, dopo essersi totalmente disinteressato alle rivolte della Tunisia, dell’Algeria, della Siria e dello Yemen,  improvvisamente, ha scoperto questo strano fenomeno ed ha capito che poteva servirsene per i propri interessi.
 La primavera araba appariva ora come il metodo di legittimazione più valido e credibile. Europa ed America potevano assolvere alla loro vocazione di esportatori di democrazia, aiutando il “buon selvaggio” a liberarsi del dittatore e nel frattempo portare avanti una silente conquista dei mercati libici.
Chi, però, etichetta la guerra libica come avvenimento apicale della primavera araba, nulla ha compreso di ciò che è accaduto nel Maghreb. 
Se si vuole includere, obtorto collo, la Libia in questo processo si sarà costretti a decretare la fine di quel movimento, il fallimento della partecipazione attiva, l’inutilità dei movimenti nati dal basso.  
La situazione libica ha presentato fin da subito delle evidenti anomalie. Mentre negli altri Stati limitrofi si accendevano proteste popolari, nate da necessità primarie come la richiesta di calmierare i prezzi del pane e delle materie prime, in Libia i rivoltosi non provenivano di certo dalle fila popolari.  A scendere in piazza sono stati fin dalle prime ore uomini armati ed organizzati in formazioni paramilitari, legittimati ed aiutati dall’ONU e dal suo braccio armato, la NATO.  
 
Dopo aver fornito armi, basi e legittimazione alla guerra civile libica, le superpotenze mondiali forniscono ora anche una fitta rete di menzogne, volte ad eliminare ogni ombra o sospetto su un possibile interesse “neocoloniale”. 
È superfluo ripetere che quella libica è stata solo una delle tante guerre economiche per il controllo del petrolio.  Il presidente Barack Obama non ha perso tempo nel dichiarare che sarà il solo popolo libico a decidere del proprio futuro, assicurando, però, che si rimarrà in Libia anche dopo per vigilare sui vincitori e proteggere i civili. Gli interessi in ballo sono troppi per poter lasciare realmente il potere al popolo.
Dopo la fine della guerra civile, la Libia si dovrà apprestare a pagare il suo tributo alle potenze liberatrici. Schiava delle superpotenze che li hanno soccorsi, gli insorti consegneranno la fonte della loro ricchezza in mano agli industriali americani ed europei. 
La Libia non è diventata terra libera, si è solo trasformata in una nuova colonia occidentale, sfruttata e spogliata di ogni libertà e potere autonomo.  
La Libia ha sempre rivestito un ruolo di primaria importanza nei traffici tra Mediterraneo e Medio Oriente e Gheddafi era considerato ormai difficilmente controllabile dall’Occidente. Ecco allora che la guerra civile libica viene subito utilizzata per trasformare quel vecchio alleato dell’occidente in un moderno dittatore. 
Gheddafi è stato accolto da ogni potenza europea con numerosi inchini e cerimonie. Tutto il democratico occidente ha concluso con il dittatore molteplici accordi economici, in virtù di solide alleanze. Tutto, però, è stato presto oscurato e dimenticato e quello che prima veniva innalzato come un esempio di apertura del mondo arabo al “civile” mondo occidentale è stato presto trasformato in un sanguinario dittatore da eliminare con ogni mezzo. 
Che Ghedaffi non avrebbe mai subito un processo appare scontato. Dopo il processo-farsa di Saddam Hussein, le superpotenze democratiche hanno capito che meglio sarebbe stato sbarazzarsi fisicamente del nemico, facendo apparire tutto come un incidente di guerra. 
Sulla legittimità dell’uccisione di Gheddafi sono, però, sempre più insistenti i dubbi.  Ciò che è accaduto al colonnello, grazie alle numerose riprese amatoriali, che sono riuscite a sfuggire al controllo mediatico americano, non può passare per un incidente di guerra. 
Con ogni probabilità ad uccidere il colonnello è stato uno dei tanti raid della Nato, ma meglio attribuire l’azione ad un improbabile ragazzo ventenne che da solo avrebbe sfilato al dittatore la sua arma d’oro e l’avrebbe finito. 
Gheddafi è stato giustiziato sommariamente, ma l’Occidente si scrolla ogni responsabilità, attribuendo il gesto alla volontà del popolo libico, al suo legittimo diritto di autodeterminarsi e decidere del proprio futuro. 
Attorno all’intera vicenda della morte del dittatore è stato poi costruito un intero apparato volto a sminuire la sua figura, rendendo più accettabile agli occhi del mondo la sua uccisione. 
Come potrebbero, infatti, questi invasori, talmente vigliacchi da nascondere la propria sete di denaro e potere dietro fittizi aiuti alle popolazioni, accettare una lezione di valore da quello che solo adesso è stato dipinto come un dittatore? 
Sarebbe stato difficile accettare che Gheddafi non sarebbe mai fuggito dal suo Paese, non si sarebbe mai arreso e che sarebbe stato fermato soltanto se ucciso in battaglia. 
Ecco, allora che la macchina menzognera e giustificatrice si muove per costruire la figura di un uomo sanguinario che, però, è piegato dalla paura della morte, un dittatore che si nasconde in una buca, che prega i suoi sciacalli di non sparare. 
Tutte azioni volte a diminuire l’imbarazzo, a dimenticare tutto ciò che è stato. 
D’altra parte ben più imbarazzante  sarebbe stato catturare vivo Gheddafi e trascinarlo in un tribunale. Il colonnello si sarebbe ritrovato accusato proprio da coloro i quali lo hanno accolto con ogni onore fino a qualche tempo fa, si sarebbe forse trovato a ricordare al mondo gli accordi ufficiali stretti con i suoi accusatori ed avrebbe svelato tutti gli accordi sottobanco stretti con Stati Uniti d’America, Europa e Palestina. Anche per gli insorti, molti dei quali fino a poco tempo fa erano seguaci fedeli del colonnello, sarebbe stato difficile spiegare alla popolazione libica ed al resto del mondo questo veloce voltafaccia. 
In molti oggi paragonano Sirte a Piazzale Loreto, inneggiando ad essi come momenti storici che hanno condotto le popolazioni alla democrazie ed alla libertà. 
In effetti, parecchie sono le similitudini tra i due eventi, entrambi i giustiziati sono dapprima stati acclamati ed esaltati dalle varie corti mondiali e poco dopo etichettati come dittatori, entrambi sono stati assassinati perché tenerli in vita dopo la caduta del loro regime avrebbe creato troppi imbarazzi e dietro la morte di entrambi si nasconde la mano di un popolo invasore, esportatore della democrazia.  
Chi fa questo paragone dimentica però ,che in seguito a quelle morti, anni di guerra civile hanno squartato l’Italia, dimentica che ancora oggi paghiamo attraverso il vassallaggio all’America il prezzo di quella tanto acclamata “liberazione”. 
 
Valeria Mannino
da plusultraweb.it

lunedì 17 ottobre 2011

Eppure era un film già visto: "Il ritorno dei Servi del Caos"





E' un disastro naturale e civile. Come un onta di petrolio e carbone che incontra palazzi e vetrine, auto e negozi anzichè spiagge ed animali. E' ovvio che qualunque tipo di commento a caldo sarebbe appunto "a caldo" e dunque di parte, eppure, in molti, tra i ragazzi di destra, avevano commentato la manifestazione con toni contrastanti ma comunque pacati e quasi ammicchevoli. "Giusto" scrisse qualcuno giorni fa "parlare di lotta alle banche, all'Europa, al capitalismo, a chi governa questa crisi" una voce bipartizan che viene dal basso. Eppure, nessuno, credo a destra e a sinistra, avrebbe voluto vedere questo l'indomani del 15 ottobre del 2011. 

Per la seconda volta in 10 mesi, e con più violenza e rabbia, Roma ha subito danni per milioni di euro (solo nel suo vulnus pubblico). Una protesta che qualcuno aveva definito sacrosanta nei modi e nei tempi, ma che ha visto come vittime negozianti, cittadini comuni, poliziotti quasi inermi per leggi pacifiste che vietano l'uso delle armi sui violenti (siano essi ultras o siano essi black bloc).
Eppure qualcuno ha detto "si sa, succederà ancora, e sposteranno l'attenzione dala protesta alla violenza" quasi come monito per la stampa e per i politici. Eppure, non è stato così perchè questa volta molti politici, Casini su tutti, avevano definito oneste e plausibili le proteste di piazza.
Eppure, avvisaglie che la cosa avrebbe preso un altro percorso, ce n'erano. Andiamo con ordine.
Pochi giorni prima uscì un comunicato sulle bacheche di Indymedia, la rete indipendente dei centri sociali, che tonava, cito testualmente:

"(...) l'iniziativa (europea) nasc...e con spirito sorprendentemente rivoluzionario. L'occasione è unica; a Roma si troveranno centinaia di migliaia di persone anche se tutti i media di stato censurano e non dicono nulla di ciò. SICURAMENTE le FORZE di POLIZIA ci ATTACCHERANNO anche non dovesse esserci il minimo intento conflittuale (che comunque ci sarà e DEVE ESSERCI da parte nostra): dobbiamo tutti, rivoluzionari di ogni tendenza, comunisti, libertari e tutto/i coloro che saranno lì per rabbia e coscienza del baratro nel quale ci vogliono gettare DEFINITIVAMENTE, COMBATTERE !!!!! Non come a Genova nel 2001 ! Non come il 14 Dicembre 2010 ! Non dobbiamo fermarci ! Portare con se' di "tutto" per PRENDERE e TENERE la 'PIAZZA' ! Se ci accoppano dei compagni non paralizziamoci, non diamo in isterismi ma rispondiamo colpo su colpo ! La forza della disperazione può vincere i mercenari del capitale. (...)"

Nel comunicato poi si citava persino Napoleone e le tecniche di guerriglia. 
Poi ci sono le dichiarazioni di Di Pietro che incitava alla "rabbia di piazza" e i comunicati degli studenti o presunti tali, arcinoti per i fatti del 14 dicembre 2010, in merito alla rivoluzione di piazza che li avrebbe accomunati ancora una volta (questa volta non si sa contro chi o per cosa, loro, rispondono: "siamo qui per tutto") i fatti della ValdiSusa, le dichiarazioni e le voci dei centri sociali... Insomma, eppure, qualcuno sapeva. Prevedibile o meno, si è discusso della responsabilità del Ministero dell'Interno, già reo, di azioni di contenimento volte ad evitare "che ci scappasse il morto".Era già successo. Eppure le analogie con le immagini di Catania dell'uccisione dell'Ispettore Raciti, le immagini del G8 di Genova, le foto del 14 Dicembre a Roma e, anche, degli scontri di Londra di questa estate, hanno un viso comune a quelli di ieri: è il viso dell'odio e della violenza gratuita, incappucciata, come tutte le cose brutte del ventunesimo secolo. 


Eppure, a intasare le metro di Roma dalle ore 18 alle ore 20, erano solo pezzi dei centri sociali armati di bastoni e catene, rasta e cani, bandiere del Che e stelle a 5 punte rosse, orecchini spuntati e pantaloni larghi su scarpe etnies. Le barbe lunghe e incolte e i berretti militari non lasciano dubbi neanche quando la metro si svuoterà all'altezza delQuadraro, Cinecittà e Anagnina, sedi dei più grandi centri sociali romani di sinistra e poi su da Centocelle fino ai Castelli. Sono i red skin di quartiere. Invisibili tutto l'anno, assenti dalle grandi piazze politiche. Poi ritornano, come corpi addestrati, silenziosi, e arrancano violenza tra i compagni e gli incappucciati...sono i Servi del Caos...

A provarlo ci sono le scritte: anarchiche, comuniste sovversive, leniniste, antifasciste, antistato e, soprattutto, antipolizia. Le forze dell'ordine che contano centinaia di feriti a fronte di 12 arresti parziali. Un risultato che parla chiaro: le orde di barbari erano in numero superiore, tanto da eliminare qualunque cosa di mobile o semimobile in un raggio di chilomentri nella zona di San Giovanni Laterano a Roma tra le 15 e le 18 di ieri. Una macchia nera di petrolio che avvolge tutto.Eppure non finisce quì. Già. La storia va avanti. I barbari senza viso se la sono presa con la Madonna e con Gesù Cristo. Giusto perchè l'autorità più alta che mancava all'appello, era appunto quella divina. Dai tempi dell'invasione francese delVaticano, la neutralità della Chiesa non veniva messa in discussione. 


Eppure nel 2011, quasi 300 anni dopo, ecco rispuntare con acuta violenza, lo stesso bersaglio... Una statua della Madonna della chiesetta di San Marcellino e Pietro, scaraventata e distrutta sull'asfalto, pestata, come mostrano le immagini, dagli stessi teppisti che brandiranno poco dopo pali, fiamme, bombe incendiarie come fossero spade. Via Merulana, via Labicana, piazza San Giovanni Laterano, viale Manzoni, tutto distrutto. E chi c'era nel 1993 si ricorderà la stessa violenza di matrice diversa però, ma sempre in quella zona di Roma: l'attentato mafioso del Laterano. Bisogna ora porsi degli interrogativi: quale lingua parlano questi teppisti? Qual'è il loro reale scopo? Chi può fermarli e come?


Eppure la risposta si trova forse a piazza Tuscolo, sede di una delle storiche basi dell'Msi, devastata come non mai dagli assalitori di ieri. La sezione del Pdl, vicina a Luca Gramazio, che noi abbiamo conosciuto e intervistato in Versilia, presa di mira da questa gente, come ci raccontano le pagine de il sito di Roma. 
Sul marmo ormai distrutto, in memoria dei ragazzi uccisi negli anni 70' (Angelo Mancia e Mario Zicchieri), veleggia la scritta intimidatoria "...della gioventù di merda".
Eppure, adesso sappiamo il perchè...  


di Santi Cautela
-Salvateletica Magazine-



                                 statua della Madonnina rubata da una chiesa e distrutta dai manifestanti.