venerdì 7 ottobre 2011

La morale del PD.Storia di un appalto milionario affidato senza gara



Il marito della senatrice Anna Finocchiaro, Melchiorre Fidelbo, è indagato per abuso d’ufficio perché avrebbe concorso nella qualità di “istigatore o determinatore” con il dirigente dell’Asp3 Giuseppe Calaciura, militante Mpa, “predisponendo l’atto di convenzione” dell’appalto. Indagati anche il direttore amministrativo dell’Asp Giovanni Puglisi e la responsabile del procedimento Elisabetta Caponetto.

di Antonio Condorelli per LiveSicilia
http://www.livesicilia.it/2011/10/06/la-storia-di-un-appalto-milionario/

Difficile credere a uno scherzo del destino guardando la foto dell’inaugurazione del presidio sanitario di Giarre, roccaforte dell’Mpa. A incassare era, senza gara, Melchiorre Fidelbo, marito di Anna Finocchiaro, ginecologo divenuto imprenditore nel settore dei software, con un’azienda creata ad hoc. A inaugurare invece c’erano Massimo Russo e la senatrice capogruppo del Pd. “Un miracolo” avvenuto grazie ad una delibera dell’Asp3 del luglio 2011 che, secondo l’accusa, sarebbe stata redatta “senza previo espletamento di una procedura ad evidenza pubblica e comunque in violazione del divieto di affidare incarichi di consulenza esterna”. L’atto “avrebbe procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale alla Solsamb Srl, amministrata dal marito della senatrice Anna Finocchiaro. Melchiorre Fidelbo, che da amministratore “concorreva nella qualità di determinatore o comunque di istigatore della condotta del Calaciura, del Puglisi e della Caponetto, predisponendo l’atto di convenzione allegato alla delibera”.
Un po’ di storia. Nel 2007 il ministro alla Salute emanava le linee guida ministeriali per i progetti del Piano Sanitario Nazionale. Giusto giusto, un mese dopo, il Consorzio Sanità Digitale presentava il progetto per la cosiddetta “Casa della Salute” di Giarre: costo € 1,2mln. Interessanti le quote del Consorzio: il 5%, è in mano al dipartimento di Anatomia dell’Università di Catania guidato dal professor Salvatore Sciacca; altro 5% spetta all’Azienda Sanitaria 3 di Catania guidata ai tempi dal manager Mpa Antonio Scavone; la Tnet Srl deteneva il 40% e la Solsamb Srl amministrata dal marito di Anna Finocchiaro fa la parte del leone con il 50%.
Interessante anche la struttura della Solsamb Srl, tra i soci ci sono Il dottor Salvatore Sciacchitano e il professor Salvatore Sciacca, che è anche direttore del dipartimento Ingrassia dell’Università di Catania. Per uno scherzo del destino, si ritrova socio di se stesso, visto che il 5% del Consorzio Sanità Digitale appartiene proprio al dipartimento universitario guidato da Sciacca.
LA RIVOLUZIONE DI MASSIMO. Con l’avvento del Governo Lombardo, non servono più “Case della Salute”, ma “Presidi Territoriali di Assistenza”. Cose che impongono una rimodulazione con conseguente lievitazione dei costi: servono 20mila€ per lo studio del territorio, 420mila per il “project management”, 50mila per l’assistenza al progetto hardware ed 1,2milioni per i “software diversi”. Il totale lordo sale a € 1.690.000, esclusi i costi gestionali non previsti, “con un incremento – scrivono adesso gli ispettori della Regione inviati da Massimo Russo – del 17% rispetto al progetto del 2007”. Mentre i costi salgono, avviene un passaggio di consegne: il consiglio di amministrazione del Consorzio Sanità Digitale stabilisce che tutti i proventi saranno attribuiti alla Solsamb Srl. Trascorsi tre anni, non è stata ritenuta opportuna l’indizione di una gara pubblica. E la decisione non ha comunque distolto il professore Salvatore Sciacca dall’interesse scientifico per l’informatizzione del Pta: essendo socio anche del marito di Anna Finocchiaro dopo l’uscita del dipartimento universitario da lui diretto dall’affare, ha continuato al fianco di Fidelbo.
TEMPI AUTONOMISTI. Il 30 luglio 2010 l’Asp 3 guidato dal militante dell’Mpa Giuseppe Calaciura sigla la convenzione con la Solsamb. Dopo poco tempo il Pd entra in giunta con il placet di Anna Finocchiaro, che il successivo 15 novembre inaugura la struttura -informatizzata dal marito- al fianco dell’assessore autonomista, del manager Calaciura e dell’ex ministro Livia Turco. Indimenticabile la protesta dei cittadini di Giarre, visto che da poche settimane era stata chiusa la principale struttura ospedaliera locale. Il grido di battaglia era: “Anna Finocchiaro vergogna…”. “Vergona di che?” rispondeva la senatrice democratica con al fianco il marito vincitore dell’appalto senza gara.
PARLANO GLI ISPETTORI. L’appalto della Solsamb sarebbe stato affidato in violazione del D.lgs 163/2006 e “dei principi di libera concorrenza – si legge nella relazione degli ispettori inviati da Massimo Russo – parità di trattamento, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità, nonché quello di pubblicità”. Secondo gli ispettori, l’affare avrebbe “violato il Codice degli appalti” trattandosi di importi di rilevanza comunitaria “e non rientra nei casi di esclusione”. Gli ispettori sono intervenuti anche sul passaggio di consegne tra il Consorzio Sanità Digitale partecipato dalla Solsamb e la stessa Solsamb: “in ordine a ciò – si legge nella relazione – occorre rilevare che tale attribuzione caratterizza la fornitura quale “esternalizzazione” che, come è noto è espressamente vietata dall’art.21 della legge regionale 14 aprile 2009 n.5 che dispone che “è fatto divieto alle aziende del servizio sanitario regionale o agli enti pubblici del settore di affidare mediante appalto di servizi o con consulenze esterne, l’espletamento di funzioni il cui esercizio rientra nelle competenze di uffici o di unità operative aziendali”.
“Sulla base della documentazione acquisita – concludevano gli ispettori – e delle analisi svolte, con riguardo anche agli atti assessoriali propedeutici al procedimento autorizzativo, si ritiene che il provvedimento di affidamento a privati dell’organizzazione ed informatizzazione del PTA, da parte dell’Asp di Catania, evidenzi i profili di illegittimità, come sopra esposti”.

mercoledì 5 ottobre 2011

In ricordo di Nanni De Angelis

Roma, 5 OTTOBRE 1980, viene "suicidato" il camerata NAZARENO DE ANGELIS detto NANNI (21 anni. Contro di lui fu spiccato un mandato di cattura per Terza Posizione, sfuggito all'arresto il 23 settembre. Viene bloccato il 4 ottobre, insieme a Luigi Ciavardini (17 anni).
Gli agenti riescono ad immobilizzare Ciavardini, ma non riescono ad atterrare NANNI. Lo colpiscono alla testa con le pistole, poi lo ammanettano ad un lampione e lo stordiscono a calci. Testimoni oculari riferiranno di aver visto un gruppo di persone prendere a calci un giovane disteso per terra. All'arrivo in Questura lo ammanettano ad una sedia e continuano a sbattergli la testa al muro. Lo portano all'ospedale, delira. per ordine del magistrato lo riportano in cella nonostante il referto medico indichi chiaramente le percosse subite da Nanni.
Lo trasferiscono in isolamento dove lo trovano impiccato dopo un po' di tempo.
Su questa tragica vicenda, dopo qualche mese c'è stata un interrogazione parlamentare, ad opera del Senatore Michele Marchio, ora scomparso intitolata "In memoria di un Camerata innocente che il regime ha fatto suicidare".



sabato 1 ottobre 2011

ALLUVIONE:2 anni dopo,per non dimenticare i nostri fratelli!



da tempostretto.it
Ci sono date che rappresentano veri e propri spartiacque nella vita di un uomo così come nella storia di una comunità, di una città intera. La data, l'evento spartiacque, per Messina, per più di un secolo, è stato il terremoto del 1908, tragedia alla quale i più fatalisti attribuiscono la responsabilità dell’indolenza tipica di una certa messinesità maggioritaria. Poi è arrivato il 1. ottobre 2009. Poi è arrivata quella sera, quella lunga sera di pioggia, di “bombe d’acqua”, così le hanno chiamate. E la mattina dopo Messina s’è ritrovata “bombardata”, appunto, e perciò ferita, mutilata. E ha trovato la sua nuova data spartiacque. Spesso ci si interroga come certi eventi, nella vita di un uomo così come di una comunità, possano cambiarne abitudini, modi di pensare, mentalità nel senso più ampio del termine. Non sappiamo ancora se e quanto effettivamente Messina sia cambiata, dopo quel 1. ottobre, sospesi come siamo tra la voglia di invertire una marcia pericolosa e la demagogia di chi, quell’inversione di marcia, vuole darla solo a vedere. Non sappiamo neppure se e quanto Messina abbia imparato, dopo quella data spartiacque di cui oggi ricorre il secondo anniversario.
Abbiamo imparato di sicuro cos’è il dissesto idrogeologico, terminologia ai più sconosciuta prima di quella notte ed oggi temuta più del secolare “rischio sismico” a cui abbiamo finito per farci l’abitudine. Abbiamo imparato che le frane possono fare più male di un terremoto e che amare il proprio territorio significa anche prendersene cura giorno dopo giorno, perché poi, alla resa dei conti, esso, il territorio, non guarda in faccia nessuno. Abbiamo conosciuto il dolore atroce di vedere tre palloncini bianchi lì dove non avrebbero mai dovuto essere, sospesi su bare di legno troppo piccole per trattenere lacrime di rabbia e di fisica sofferenza. Abbiamo capito, qualora ce ne fosse bisogno, che certe bassezze di quella politica troppo lontana dal senso quasi “missionario” che il ruolo imporrebbe non si fermano di fronte a nulla, nemmeno 37 morti. E si spera si sia capito che le promesse, quando non seguite dai fatti, andrebbero strozzate in gola piuttosto che gridate ai quattro venti lasciando un’eco senza sostanza e con troppa inconsistenza.
Quella data spartiacque ci ha insegnato quanti significati può avere la parola fango. C’è il fango materiale, quella poltiglia di terra e acqua che sa essere assassina se portata giù dalla violenza della vendetta nei confronti dell’indifferenza dell’uomo che non sa prendersi cura della madre terra e non sa cogliere i segnali della non sempre benigna madre natura. C’è il fango che ricorda la propria origine gotica del termine, “fani”, “melma”, “palude”, la palude di parole vacue, la melma di sciocchezze che hanno contribuito pergiunta a creare una macchina del fango, appunto, che è riuscita a dare il colpo di grazia, sotto l’insegna bugiarda dell’abusivismo, ad una comunità già massacrata. C’è il fango quale disonore, immoralità, e qui lasciamo al lettore la facoltà di attribuirla a chicchessìa, questi due anni lasciano spazio a più possibilità. Il fango è stato scelto per dare il nome anche ad un museo, che ha l’ambizione di immortalare ciò che è successo e di farne occasione di rinascita, per quanto possibile, culturale e personale. Il fango è anche un modo per ripartire, a volte serve a curare, altre a “depurare”, altre ancora a ricostruire, proprio così. Ad ognuno è lasciato un ricordo diverso di quel 1. ottobre 2009, nuova data spartiacque dell’indolente e acciaccata Messina. E ognuno può dare un significato diverso alla parola fango, così tristemente protagonista di quel giorno. Ognuno di noi ha avuto, in questi due anni, e continuerà ad avere la possibilità di imparare qualcosa, da quel nefasto evento. C’è chi, di quanto imparato, ha fatto o farà tesoro. Chi, invece, o non ha imparato oppure ha dimenticato troppo in fretta. Per tutti, però, oggi è la giornata della riflessione. Per imparare. Per capire. Per non dimenticare.

mercoledì 28 settembre 2011

MSN:Accendi la tua voglia di rivolta!

Siamo stufi di istituti fatiscenti, delle solite lezioni e dei soliti professori. Una scuola senza stimoli non può funzionare. Il sistema di istruzione è identico a quello di 30 anni fa, neanche la storia sui libri di testo è stata aggiornata. Ci vogliono far credere che siamo noi i colpevoli di questa crisi, che il degrado delle nostre scuole dipende dalla nostra generazione, ma non ci arrenderemo perchè sappiamo che il domani ci appartiene.
Armiamoci di sapere per combattere il potere! Quel potere che ci vuole omologati, che tenta di indottrinarci per difendere gli interessi di pochi , quel potere che ci spinge ad andare in piazza per difendere i privilegi e non per combatterli. Noi sappiamo quello che vogliamo e non ci faremo ingannare da chi pensa che essere giovane equivalga ad essere incosciente. Siamo vivi perchè crediamo nei sogni, siamo alternativi a questo sistema che proteggi i soliti noti, siamo fieri della nostra storia, siamo orgogliosi dell'amore per la nostra terra perciò a chi ci vuole apatici e rassegnati noi rispondiamo con...



LA NOSTRA VOGLIA DI RIVOLTA!





martedì 27 settembre 2011

giovedì 22 settembre 2011

STIAMO TORNANDO...
A BREVE TANTE IMPORTANTI NOVITA!





mercoledì 3 agosto 2011

La strage di Bologna non è fascista!


di Gian Paolo Pellizzaro, da Area

Chi ha paura della verità sulla strage di Bologna? Chi vuole ancora insabbiare e depistare, a venticinque anni di distanza dal più grave attentato che la storia italiana ricordi? Chi tira i fili di questa ennesima manipolazione della verità? Quali sono gli interessi ancora attivi che qualcuno sente minacciati?
Interrogativi, questi, sui quali converrebbe riflettere perché - dai minuti successivi alla presentazione della nostra inchiesta (vedi box a pag. 17) - si è alzato un fuoco di sbarramento, all’interno di una spaventosa rissa mediatica, scandita da prese di posizione, illazioni, insinuazioni, accuse e minacce di calibro pesantissimo, sparate per nascondere fatti e circostanze con un’impenetrabile cortina fumogena. Tanti commenti, parole, insulti. Ma mai alcun elemento, non una circostanza è stata contrapposta per confutare il quadro dei fatti da noi presentato. Sono intervenuti un po’ tutti, i professionisti della parola, e con un solo obiettivo: demolire, sul nascere, ogni tentativo di chiarimento, serio, documentato e coerente sull’attentato del 2 agosto 1980.

I Guardiani della Verità
Il tempo è passato, ma il furore bianco dell’ideologia e l’odio politico sono ancora lì, intatti, a guardia dei tanti (falsi) misteri d’Italia. Misteri che, per un ristretto circolo di irriducibili che credono di essere i Guardiani della Verità, devono restare tali, altrimenti perderebbero il loro potenziale ricattatorio e il loro valore di merce di scambio per i soliti equilibri di potere. Rileggendo con un po’ di distacco gli interventi delle scorse settimane sulla strage di Bologna emerge, con limpida evidenza, un dato: gran parte di coloro che hanno sparato a zero su questa ricostruzione lo hanno fatto sul sentito dire, senza conoscere con esattezza e correttezza i termini della questione, evitando - di buon grado - di entrare nel merito. Il risultato finale è stato un chiassoso e irritante guazzabuglio, alimentato per intorbidare il più possibile le acque, proprio per evitare che qualcuno potesse, finalmente, vederci chiaro in questa tragica pagina di storia. Un gran polverone d’inizi agosto, con un roboante dispendio di paroloni, urla e schiamazzi, proprio quando la comunità nazionale si apprestava a commemorare i 25 anni da quella carneficina. Una carneficina che ha avuto, come risposta in termini di verità processuale, una serie di condanne fondate sul nulla, frutto di un teorema politico che rappresenta un insulto alla logica e all’intelligenza.

La lettera di Cossiga
Ma, come dicono gli anglosassoni, one bridge at the time, un ponte (cioè, un problema) alla volta. Il lavoro che abbiamo presentato ha, in primo luogo, ottenuto un risultato straordinario nell’ottica di una puntuale, accurata e attendibile ricostruzione della vicenda. Il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio dei ministri, informato in anticipo degli esiti dell’inchiesta sulla strage di Bologna, ha scritto una lettera di tre pagine all’on. Enzo Fragalà, quale promotore dell’iniziativa e membro della Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin. La missiva è stata letta il 20 luglio, nel corso della conferenza stampa a Montecitorio. Ecco alcuni dei passaggi più significativi della lettera di Cossiga, il quale si rammaricava di non poter partecipare all’importante conferenza stampa, per motivi di salute: “Ho letto le carte da te inviatemi e le ho integrate con i miei ricordi, che vengo ad esporre, rinviando per le date alle carte stesse. Premetto che non ho mai ritenuto la Francesca Mambro e Giusva Fioravanti responsabili dell’eccidio di Bologna. L’ultima, assai debole sentenza di condanna è da ascriversi - scrive il senatore Cossiga - alle condizioni ambientali, politiche ed emotive della città in cui è stata pronunziata, nonché alle teorie allora largamente imperanti nella sinistra e nella collegata “magistratura militante”: essere funzione della giustizia quella di partecipare “alla lotta” e che quello che per le finalità politiche della lotta “avrebbe dovuto essere”, “era” o “era stato”, perché è l’ideale che invera il fatto, ed il fatto che contraddice l’ideale semplicemente non “è” o “non è stato”, perché la “rivoluzione”, politica, ideologica o solo culturale è la “verità” aldifuori della “rivoluzione”. Tutte teorie affascinanti anche se fuorvianti, che con le loro origini giacobine e leniniste sono largamente filtrate nella “ideologia di lotta” della “magistratura militante”. Passiamo ai ricordi”.

Quel burrascoso incontro notturno a Palazzo Chigi
E qui viene il bello: “Ero presidente del Consiglio dei ministri quando la polizia intercettò un camion con due missili, scortato dal “pacifista non violento” Pifano, dominus di quel circolo culturale della cosiddetta Autonomia - così lo definì il giudice che annullò una ordinanza da me emanata in base alle leggi speciali quali ministro dell’Interno - e cioè il cosiddetto covo di via dei Volsci. Il Sismi mi passò un’informativa che si affermava originata dalla “stazione” di Beirut, alias dal colonnello dei carabinieri Giovannone, l’“uomo” di Aldo Moro, secondo la quale una determinata organizzazione della resistenza palestinese, l’Fplp, rivendicava la proprietà dei due missili, non destinati all’Italia. In realtà non fu difficile a me e al sottosegretario alle informazioni e alla sicurezza, on. Mazzola, comprendere che i dirigenti del Sismi ci nascondevano qualcosa”.
Ecco il perno di tutta la questione: “Vi fu un burrascoso incontro notturno a Palazzo Chigi, ed alla fine mi fu detta la verità e mi fu esibito un documento trasmesso dalla nostra “stazione”: un telegramma del capo dell’Fplp a me indirizzato in cui, con il tono di chi si sente offeso per l’atto che ritiene compiuto in violazione di precedenti accordi, mi contestava il sequestro dei due missili e ne richiedeva la restituzione, insieme alla liberazione del “compagno” Pifano! Si trattava, evidentemente, di uno dei fatti legati all’accordo, mai dimostrato per tabulas, ma notorio, stipulato sulla parola tra la resistenza e il terrorismo palestinese da una parte e dal governo italiano dall’altra, quando era per la prima volta presidente del Consiglio dei ministri l’on. Aldo Moro, al fine di tenere l’Italia al riparo dagli atti terroristici di quelle organizzazioni”.

La fedeltà dei servizi agli “accordi Moro”
E ancora: “La totale fedeltà e conseguente riservatezza che i collaboratori sia del ministro degli Esteri sia del Sifar (poi Sismi) di Aldo Moro nutrivano per lui, impedì sempre a me, benché “autoritariamente curioso”, di sapere alcunché di più preciso sia da ministro dell’Interno che da presidente del Consiglio dei ministri e da presidente della Repubblica.
“Un altro degli episodi legati all’accordo è la distruzione da parte dei servizi segreti israeliani dell’aereo militare Argo 16 [nome in codice del bimotore Dakota Dc3 del servizio segreto militare precipitato nei pressi di Marghera il 23 novembre 1973, provocando la morte dei quattro membri dell’equipaggio: il colonnello dell'Aeronautica, Anano Borreo, il tenente colonnello Mario Grande, i marescialli Francesco Bernardini e Aldo Schiavone, ndr] in dotazione al Sid, come ritorsione alla “esfiltrazione” di cinque terroristi palestinesi arrestati in quanto avevano tentato di abbattere con missili terra-aria un aereo civile israeliano in partenza da Fiumicino. “Esfiltrazione” o “fuga agevolata” operata da agenti del nostro servizio, naturalmente d’accordo con la magistratura che, giustamente, talvolta fa eccezioni al principio dell’esercizio dell’azione penale e della obbligatorietà teorica dei provvedimenti limitativi che dovrebbero discenderne”.

“… esplosivo dai palestinesi”
“Rimane il dubbio grave” prosegue Cossiga, “e fu la prima ipotesi investigativa presa inizialmente in seria considerazione anche dalla Procura della Repubblica di Bologna, che si sia trattato di un atto di terrorismo arabo o della fortuita deflagrazione di una o più valigie di esplosivo trasportato da palestinesi, che si credevano garantiti dall’“accordo Moro”. Questo spiega perché ufficiali del Sismi, ente sempre fedele all’accordo e leale verso perfino la memoria di Aldo Moro, tentarono il depistaggio verso esponenti, credo, neonazisti del terrorismo tedesco, e per questo furono condannati.
“Le carte raccolte dalla Commissione Mitrokhin a mio avviso potrebbero costituire valida base per la revisione del processo che portò alla condanna della Mambro e del Fioravanti, difesi presso di me da esponenti della Brigate rosse che teorizzarono il perché i due non potessero essere che innocenti”.

“Panzane” che danno fastidio
L’intervento di Cossiga, combinato con i tanti elementi messi a disposizione per ricomporre in modo corretto il mosaico sull’attentato del 2 agosto 1980, ha provocato - come dicevamo in apertura - una serie di interventi tanto violenti quanto inquietanti. Paolo Bolognesi, presidente da anni dell’Associazione di familiari delle vittime della strage, si è scagliato contro “ogni tentativo di manipolazione”, di “occultamento della verità”, bollando i fatti da noi illustrati come “panzane”. Questo signore, con toni così rabbiosi da risultare imbarazzanti, se l’è presa un po’ con tutti, sparando nel mucchio: “Le nuove piste non sono altro che l’insieme di vecchi depistaggi tirati fuori dal presidente Cossiga e dalla Commissione Mitrokhin, una commissione parlamentare che mesta nel torbido per confondere le acque”.
E, rivolgendosi a Cossiga come fosse un avanzo di galera, ha detto che “sarebbe ora che spiegasse come mai si è circondato, nei momenti più delicati della vita politica italiana, di piduisti. Sarebbe ora che rendesse pubblico il motivo della grande attenzione che lo porta, sempre, a sponsorizzare i pluriomicidi Mambro e Fioravanti”. Altre inaudite parole al vetriolo sono state indirizzate al ministro della Giustizia Roberto Castelli per i benefici premiali di cui godono gli esecutori materiali della strage (libertà condizionale, ndr), ma anche all’ex ministro Maurizio Gasparri, reo di “essersi impegnato personalmente per bloccare l’emissione di un francobollo celebrativo del 25° anniversario” e “non a caso ha utilizzato un’intervista per difendere i vecchi camerati Mambro e Fioravanti e perorare atti di clemenza, seguito dal collega di partito Gianni Alemanno”.
Libero Mancuso, oggi presidente della Corte d’Assise di Bologna e collaboratore della Commissione Mitrokhin, ha dichiarato: “Vedendo come oggi ci siano ancora vecchi fantasmi del passato che tentano di creare polveroni per ingannare il Paese” e come si tratti di iniziative fatte “da parte di chi ha avuto responsabilità massime, capiamo che c’è qualcosa di irrisolto che merita di essere conosciuto”. Mancuso, intervenendo ad una conferenza stampa di presentazione di “Politicamente scorretto”, in programma a Casalecchio di Reno dal 21 al 23 ottobre, ha aggiunto che “l’ipotesi della pista libica, rispolverata in questi giorni, era già emersa durante una intervista rilasciata da Cossiga a Paolo Guzzanti (allora giornalista, oggi parlamentare e presidente della Commissione Mitrokhin, ndr). Subito dopo abbiamo sentito Guzzanti ed un altro teste e fu da loro stessi detto che si trattava solo di un pensiero. Non c’era nulla che potesse avvalorare la tesi”. Bene, ma che c’entra la pista libica? Chi ne ha parlato? Che nesso avrebbe con le minacce di ritorsione da parte dell’Fplp e della conseguente operazione compiuta a Bologna dal gruppo Carlos? Un altro cristallino esempio di correttezza nell’esporre fatti e circostanze… “Stupisce” ha replicato Fragalà, “che l’ex pm Mancuso oggi si spinga a parlare di “fantasmi che emergono dal passato” e di “intreccio perverso e oscuro”, rispetto alle nuove circostanze sulla base dei documenti di recente acquisiti dall’organismo parlamentare. Visto che Libero Mancuso è un consulente della Commissione Mitrokhin, dobbiamo ritenere che egli non legga la documentazione che è anche a sua disposizione”.

La prova che non furono i fascisti
Ma la replica più eloquente alle parole di Mancuso è sempre quella di Francesco Cossiga: “In uno stato costituzionale delle libertà e in un vero Stato di diritto in cui esistesse una magistratura decente a 360 gradi, il veterocomunista Libero Mancuso da quel dì non ne avrebbe più fatto parte. Su Libero Mancuso il giudizio definitivo è stato dato da Giovanni Falcone nella sentenza in cui, da giudice istruttore, ha prosciolto Giulio Andreotti dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Certo è che Libero Mancuso è la causa oggettiva e forse, anche involontariamente, volontaria del linciaggio morale fatto da magistrati democratici e dai giuristi democratici contro Giovanni Falcone. Mancuso è uno di quei giuristi democratici allievi del più valoroso Luciano Violante, su cui ha scritto parole definitive l’ex senatore comunista e presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino. Giuristi i quali sono della tesi che la giustizia ha fini etici e storici, e che non è vera giustizia se non ha il fine metapolitico che si identifica con la verità della propria parte politica. E per cui, ciò che è utile al partito sia o sia stato, deve essere stato e deve essere, e per ciò semplicemente è stato ed è”.
“La prova definitiva del fatto che non furono i fascisti (e perché mai avrebbero dovuto esserlo) a effettuare la strage di Bologna” prosegue l’ex capo dello Stato, “è il giudizio di colui che per il povero popolo bolognese è presidente di della Corte d’Assise di quella città. Anche queste cose accadono in Italia: che Libero Mancuso possa diventare presidente di una Corte d’Assise. Per me, democratico e antifascista garantista e per lo Stato di diritto, vale un altro principio: ciò che Libero Mancuso dice non deve essere e non può esser vero e quindi è falso”. Libero Mancuso è stato, dal 1980 al 1994, il pubblico ministero dell’inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna… “Mancuso sappia comunque” conclude Cossiga, “che egli dai tempi dell’imbroglio che fu la causa dell’inizio dell’aggressione morale a Giovanni Falcone gode della mia piena e completa disistima: come uomo e ancor più come magistrato. Quello che spero è che l’ex socialista e oggi forzitaliota leghista vice presidente del Consiglio, Giulio Tremonti, abbia domani [l’intervento del presidente emerito della Repubblica è del 1° agosto scorso, vigilia della manifestazione organizzata a Bologna per commemorare i venticinque anni dalla strage, ndr] il coraggio e l’abilità di lasciare il palco della triste manifestazione per la dolorosa strage di Bologna, resa ancor più triste per le speculazioni politiche che su di essa sono state fatte, allontanando la verità, quando i “professionisti del dolore” inveiranno come sempre contro i mandanti d’assassinio che si chiamano Giulio Andreotti e Francesco Cossiga”.
In effetti, Tremonti, in qualità di rappresentante del governo, è salito sul palco per le commemorazioni di rito ed è stato fatto oggetto, come sempre, dei fischi e delle pernacchie della piazza. Ma, da gentleman qual è, non ha lasciato il palco, limitandosi a dire “che bella piazza…”.

L’alibi del segreto di Stato
Come ogni anno, poi, è stato il momento del tormentone sul segreto di Stato e di tutte le bizzarre teorie per abolirlo, nella speranza di aprire, finalmente, quella fantomatica cassaforte che contiene tutte le verità sui misteri d’Italia. Uno dei primi a rievocare lo spettro del segreto di Stato è stato Giorgio Bocca sulle colonne de La Repubblica. Anche qui, parole in libertà condite al vetriolo “il segreto di Stato di cui da tempo si chiede l’abolizione non consente che si faccia piena luce, censure, depistaggi, deviazioni fatti da apparati dello Stato, muri di gomma ieri come oggi continuano. In più si sono aggiunte le false verità, le confusioni non casuali e le voglie di protagonismo di personaggi come un ex presidente della Repubblica, le ambiguità di commissioni d’inchiesta come la Mitrokhin”. False verità e confusioni non casuali, scrive Bocca, il quale finalmente svela qual è il suo metodo di lavoro: scrivere prima di documentarsi. Uno dei padri del giornalismo italiano… Poi, sempre nello stesso articolo, cita gli elementi di prova che inchioderebbero i fascisti nella strage di Bologna: “Le letture di questi terroristi sono le opere razziste di Evola e del prenazismo di von Salomon, le cronache dei Frei Korps, i volontari che alla fine della Prima guerra mondiale continuano a difendere i confini orientali del Reich. I proscritti di von Salomon e la Rivolta contro il mondo moderno di Evola sono i libri che il filosofo Paolo Signoretti, uno degli indagati per la strage di Bologna, porta nel suo zaino”… peccato che il nome del “filosofo” citato da Bocca sia Paolo Signorelli, e non Signoretti.

Cia, neofascisti, massoni e servizi deviati
Ma il vero paradosso lo ha rappresentato e messo in scena da leader dell’Unione, Romano Prodi, il quale ha rilanciato l’idea di eliminare il segreto di Stato per far luce sulle stragi e sui misteri d’Italia. Anche qui, l’intervento di Cossiga, ancora una volta chiamato indirettamente in causa durante la manifestazione di Bologna del 2 agosto, è stato eloquente: “Dopo aver sentito che egli ritiene, insieme ai professionisti del dolore, che i governi precedenti al suo abbiano posto il segreto di Stato a notizie relative alla strage di Bologna, e che se opposto fosse stato, egli che per disgrazia del Paese è stato presidente del Consiglio avrebbe potuto toglierlo, debbo qualificarlo come un perfetto cialtrone”. La questione, d’altra parte, era stata già definita nell’agosto del 1998 dallo stesso senatore Giovanni Pellegrino, all’epoca presidente della Commissione stragi, il quale spiegò che sia su Ustica sia sulla strage di Bologna la Commissione da lui presieduta non si è mai trovata di fronte all’imposizione del segreto di Stato.
Per Valter Bielli, capo gruppo Ds in Commissione Mitrokhin, “la Commissione vuol far passare l’idea che la destra non ha mai avuto nulla a che fare con le stragi, e che i neofascisti come Mambro e Fioravanti non c’entrano con Bologna”. In una intervista sull’argomento pubblicata dal settimanale Avvenimenti e raccolta dal giornalista Giulietto Chiesa, anche lui con un passato da collaboratore della Commissione Mitrokhin, Bielli afferma che sarebbe in atto “un tentativo di accreditare una pista, quella palestinese, già battuta da chi indagò sulla strage di Bologna e poi abbandonata perché priva di ogni riscontro, per scagionare neofascisti, massoni e servizi deviati”. Sempre secondo il deputato diessino, “dalle loro ricostruzioni è scomparsa la Cia e il suo ruolo nella storia del nostro Paese. Ma, soprattutto, è stata cancellata la P2”. È il 20 luglio quando le agenzie battono le anticipazioni dell’intervista di Bielli su Avvenimenti: lo stesso giorno della conferenza stampa di Area a Montecitorio. Timing perfetto. Bielli ha, infine, annunciato “una relazione documentata sulla questione” che sarà presentata a settembre “al fine di fare chiarezza e smentire insinuazioni e false piste”.
Bene, passiamo ai fatti.

Quei due tedeschi a Bologna il 2 agosto
Il 1° agosto 1980, Thomas Kram, militante di spicco della Cellule rivoluzionarie e inserito nel quadro di vertice del gruppo Carlos prende alloggio poco dopo la mezzanotte nell’Albergo Centrale di Bologna, per poi sparire dalla circolazione la mattina del 2 agosto: il giorno dell’attentato. La segnalazione della presenza di Kram a Bologna alla vigilia dell’attentato venne fatta nel marzo del 2001 dal capo della Polizia Gianni De Gennaro alla Questura di Bologna la quale, attraverso una puntuale investigazione da parte della locale Digos, riuscì a ritrovare anche il registro delle presenze dell’Albergo Centrale con la registrazione del nome e dei dati anagrafici del terrorista tedesco.
L’iniziativa del capo della Polizia faceva seguito ad una richiesta di collaborazione giudiziaria internazionale avanzata dalla Procura generale di Germania la quale - nel dicembre del 2000 - aveva spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti di Thomas Kram, qualificato negli atti giudiziari come grande esperto di esplosivi. Secondo le autorità tedesche, infatti, il militante delle Cellule rivoluzionarie si nascondeva nel nostro Paese ed era in contatto con altri elementi di primo piano del terrorismo internazionale. Da informazioni della polizia tedesca, Kram era in stretto contatto soprattutto con Christa-Margot Fröhlich, l’altra esponente delle Cellule rivoluzionarie legata a doppio filo al gruppo Carlos.
Come ha rivelato Enzo Raisi, deputato di An di Bologna in un’intervista al Secolo d’Italia del 3 agosto scorso, un dipendente dell’Hotel Jolly di Bologna, situato proprio di fronte alla stazione, riconobbe nelle fotografie della terrorista tedesca, arrestata il 18 giugno del 1982 all’aeroporto di Fiumicino con una valigia carica di esplosivo, poi risultato compatibile con quello utilizzato per l’attentato alla stazione centrale di Bologna, la giovane donna che conobbe nel pomeriggio del 1° agosto proprio all’Hotel Jolly e che rivide la mattina del giorno seguente. La donna, a detta di questo testimone che fece mettere a verbale i suoi ricordi dalla polizia, poco dopo l’esplosione la sentì parlare al telefono in tedesco con toni euforici. E in un secondo momento, rivolgendosi a lui in un italiano stentato, voleva sapere che danni aveva subito il treno colpito dall’onda d’urto. La tedesca avrebbe fatto riferimento anche ad una valigia lasciata al deposito bagagli della stazione. Se fosse confermata questa circostanza, soprattutto se fosse confermata la versione fornita agli inquirenti da questo signore dell’Hotel Jolly, si potrebbe dire risolta la meccanica dell’attentato.
Prove inconfutabili
“A distanza di tanti anni, l’unica cosa di cui l’Italia ha bisogno è la verità e se sarà confermato che quel giorno alla stazione c’erano due terroristi tedeschi legati al gruppo sanguinario e violento di Carlos” ha commentato l’avvocato Alessandro Pellegrini del Foro di Bologna, difensore di Luigi Ciavardini (vedi box in alto), Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, “allora questa è la prima, vera e inconfutabile prova che dimostra la presenza di terroristi a Bologna quel 2 agosto di 25 anni fa e che finalmente dimostra che Francesca Mambro, Giusva Fioravanti e Luigi Ciavardini non erano lì”. E aggiunge: “Non ho ancora avuto modo di leggere ed esaminare la documentazione in questione che ora è stata acquisita dalla Commissione Mitrokhin e in cui sarebbe dimostrata la presenza dei due terroristi a Bologna, attraverso la scheda di registrazione in un albergo della città, ma se questa cosa fosse vera allora si può parlare di conseguenze veramente rilevanti dal punto di vista probatorio. Se ciò che è contenuto in quella documentazione sarà confermato” ribadisce Pellegrini, “non si potrà certo parlare di pura casualità riguardo la presenza dei terroristi quel giorno, in quelle ore, e allora la magistratura italiana dovrà prendere atto degli errori commessi e comportarsi di conseguenza”.
Sul punto è intervenuto anche il senatore Lucio Malan, vice presidente del gruppo di Forza Italia al Senato e membro della Commissione Mitrokhin, il quale ha affermato che “alla ripresa dei lavori parlamentari, la Commissione dovrà decidere cosa fare dei documenti in nostro possesso che riguardano la strage di Bologna del 2 agosto 1980”. A fronte della “scarsa consistenza dell’impianto accusatorio che ha portato alla condanna dei presunti colpevoli, emerge un insieme di fatti e indizi che vanno in tutt’altra direzione, dai servizi segreti della Germania comunista, dal palestinese filosovietico George Habbash, al terrorista Carlos. Qui non si tratta di difendere la reputazione di Mambro e Fioravanti, che di altri crimini hanno ammesso la responsabilità, ma di sapere la verità e perché in così tanti hanno lavorato per nasconderla. In sede di commemorazioni, la verità dovrebbe essere più interessante di ogni altra cosa. Purtroppo quanto sta emergendo è scomodo a troppi, specialmente di questi tempi”.

Le menzogne di Saleh al Manifesto
E in effetti, quello che sta emergendo è scomodo a molti. Tanto che Abu Anzeh Saleh, il rappresentante dell’Fplp arrestato nel novembre del 1979 per la vicenda del traffico dei lanciamissili Strela di fabbricazione sovietica di Ortona e che portò in galera anche i tre autonomi romani legati alla resistenza palestinese, Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Nieri, dopo un quarto di secolo è uscito allo scoperto e ha rilasciato una curiosa intervista al Manifesto e pubblicata giovedì 4 agosto. Altra curiosità, il cittadino giordano di origini palestinesi (che da anni vive a Damasco, in Siria) è riapparso insieme a Pifano, anche lui da anni protetto da un’impenetrabile coltre di silenzio, per smentire ogni coinvolgimento nelle vicende collegate alla strage di Bologna. L’intervista congiunta ha svelato ben poco, se non vaghi accenni ad una visita dei nostri agenti segreti a Saleh in carcere i quali gli avrebbero offerto la “liberazione anticipata”, con l’idea di allontanarlo il prima possibile dall’epicentro di quel pasticcio internazionale. Ma un dato ci ha colpiti: nell’articolo si dice che Saleh sarebbe uscito dal carcere nel 1983, “con i tre autonomi italiani” e che il giordano, nonostante le promesse della nostra intelligence, rifiutò, dicendo che sarebbe uscito dal carcere “solo insieme ai compagni italiani”. Tutto falso.
Condannato in primo grado a sette anni di reclusione per detenzione e porto di armi da guerra, Saleh ottenne effettivamente la liberazione anticipata che, mentendo, ha detto di aver rifiutato. Venne scarcerato dal penitenziario di Rebibbia, infatti, il 14 agosto 1981 per scadenza dei termini di custodia preventiva, mentre gli altri imputati (Pifano, Baumgartner e Nieri) rimasero dietro le sbarre fino al 1983, proprio l’anno in cui il giordano dell’Fplp legato al gruppo Carlos fece perdere le proprie tracce, rendendosi irreperibile alle forze di polizia. Ancora una volta, un maldestro tentativo di occultare la verità. Perché tutte queste menzogne? Ironia della sorte, il titolo dell’intervista a Saleh e Pifano è “La pista palestinese? È frutto solo di invenzioni e bugie”…

Elementi per riaprire il caso
Per Daniele Capezzone, segretario dei Radicali italiani, “in troppi e troppe volte si è scelto di adeguarsi sui teoremi, sulle verità precostituite, sulle presunte “certezze” (per nulla “certe”, peraltro). Mi auguro che tutto questo, prima o poi, finisca. È ora, insomma, che la pietà per le vittime di un crudele attentato e il giusto desiderio di verità si facciano largo. Spero che finisca il linciaggio contro Mambro e Fioravanti: hanno riconosciuto molte colpe, ma non questa. Quel che importa è che tanti fatti (vecchi e nuovi), oltre che tante opinioni autorevoli (una per tutte, quella di Giovanni Pellegrino), suggerirebbero di ricominciare con la ricerca della verità, senza adagiarsi sui teoremi. Quindi non c’è alcun motivo per alimentare una campagna di ostilità e, lo ripeto, di non verità, di cui nessuna persona con la testa sulle spalle avverte l’esigenza. E ci sono invece” conclude Capezzone, “molte ragioni per prendere in esame gli ulteriori elementi di fatto che chiedono (e in un Paese normale imporrebbero) di riaprire il caso”. Come ha accennato Capezzone, Giovanni Pellegrino, oggi presidente della Provincia di Lecce, ha ricordato i dubbi che all’epoca, come presidente della Commissione stragi, provò a sollevare proprio sulla pista nera per la strage di Bologna. Dubbi ai quali “l’Associazione dei familiari delle vittime si oppose. Per loro, così come per molti politici, la necessità di far luce sull’attentato non può e non deve metterne in discussione la matrice neofascista”.
Anche i deputati bolognesi Enzo Raisi di An e Fabio Garagnani di Forza Italia hanno rilanciato, sulla base degli elementi messi a disposizione da Area, la riapertura dell’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980. “I palestinesi” ha sottolineato Raisi, “avevano a Bologna un deposito di armi e su Bologna, secondo alcune testimonianze, gravitava lo stesso Carlos”. A decidere sull’eventuale revisione del processo deve essere la magistratura - hanno dichiarato i due parlamentari - ma ci sono elementi per riaprire le indagini”.
Da parte sua, Garagnani ha aggiunto che “invece di definire questo il periodo più difficile perché è stata approvata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario, come ha fatto nei giorni scorsi, il procuratore di Bologna Enrico Di Nicola farebbe meglio a motivare la propria volontà di riapertura o di non riapertura dell’inchiesta”. Garagnani si è detto personalmente convinto anche di un “ruolo oscuro” del Kgb: “Il modo migliore per onorare le vittime è cercare la verità sulla strage, una verità sulla quale la cultura preponderante di sinistra ha impedito di far luce”.